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Verso la pace nei Paesi Baschi

Enzo Reale (nel suo blog 1972) ci parla dei paradossi del cessate il fuoco dell'ETA. Il suo punto di vista è pessimista, e non potrebbe essere altrimenti.
Un "cessate il fuoco", infatti, può avere solo il senso di una dimostrazione di volontà, null'altro.
Lo dice bene anche Bernardo Axtaga, forse uno dei baschi più famosi del pianeta. Scrittore e poeta di successo, è stato testimone di tutta la vicenda dell'ETA. Intervistato da Alessandra Coppola per il Corriere della Sera, egli afferma:


Si aprirà un vaso di Pandora e questi anni saranno passati in rassegna. Si prospetta uno scenario molto conflittuale. Se ne parlerà sui giornali, in Parlamento, ci saranno manifestazioni. Un periodo difficile. Ma finalmente, rimossa questa anormalità, resteremo all'interno del gioco democratico.

Il che esprime una speranza ma anche la prospettiva di una road map lunga e difficile. Non potrebbe essere altrimenti. L'ETA si è sentita sempre più isolata di fronte al consolidamento della democrazia in Spagna, che ha permesso ai baschi di ottenere una certa autonomia di governo e (ovviamente) il riconoscimento della lingua nazionale.
Va sottolineato che l'art. 3 della Costituzione spagnola prevede il plurilinguismo non solo nelle tre regioni dove storicamente vi è una forte rivendicazione in tal senso (Galizia, Paesi Baschi e Catalogna), ma anche in tutto il resto del territorio. Ci si dimentica che perfino l'Andalusia (terra povera, simile al nostro Mezzogiorno) gode di ampie autonomie da tempo.
L'ETA nacque sotto il franchismo perché Franco perseguitava il popolo basco: questa realtà non va dimenticata. Ora che la Spagna è una democrazia trentennale, ora che le persecuzioni sono un brutto ricordo per tutti, ora che comincia ad affacciarsi una generazione nata dopo Franco, la necessità di difendersi è caduta.

C'entra sicuramente l'effetto "11 marzo". L'ETA e i suoi simpatizzanti hanno potuto vedere in televisione ciò che un altro terrorismo, molto più potente e organizzato, è stato in grado di fare a Madrid. Può sembrare una banalizzazione (a Enzo Reale pare tale, ad altri pure), ma l'aspetto psicologico è molto importante dentro una lotta non pacifica.
Il punto è che la gente ha visto il terribile terrorismo dei fanatici legati ad Osama Bin Laden e, presso il popolo, ha trasformato ogni possibile, e residuale, simpatia verso l'ETA in una aperta condanna al metodo della violenza.
Naturalmente non è solo questo. Sempre l'informatissimo Enzo Reale, ad esempio, ci dice che il governo di Zapatero, fin dal suo insediamento, ha inteso stipulare trattative segrete con l'ETA, "permettendo così una disgregazione dello Stato spagnolo", giacché l'ETA non si è limitata al cessate il fuoco ma ha incluso la sua speranza all'autodeterminazione del popolo basco.

Sinceramente non capiamo tanta sorpresa in questo. L'ETA non può, e non potrà, diventare un movimento spagnolo. Non è solo "cambiare idea". E' qualcosa di più: è un sentimento di identificazione di un popolo che non si sente spagnolo, ma basco. Sarebbe come chiedere alla SVP di diventare italiana, al Sinn Fein di diventare britannico. L'ETA ci sta solo dicendo che, d'ora in poi e a certe condizioni, non ucciderà più.

E' la terza volta che accade, segno che la dichiarazione serve solo a indicare un percorso, a incominciarlo. Può sembrare, superficialmente, che sia un ricatto: "interrompere le ostilità in attesa di vedere quel che succede e dettare condizioni", scrive Reale citando "Libertad digital" secondo cui le condizioni sono: legalizzare Batasuna (il braccio politico dell'ETA), indire un referendum sull'autodeterminazione e chiudere il cerchio "politico-giudiziario" (cioè liberare i quasi mille militanti dell'ETA in carcere, o qualcosa di simile).
Ma come stupirsi di queste richieste? La resa incondizionata può appartenere soltanto a chi subisce una disfatta, non a chi perde una guerra.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l'ETA ha bisogno di rimanere forte e sostenuta da una consistente minoranza del suo popolo. Solo così potrà poi imporre a chi nutre tuttora sentimenti separatisti una pace vera: se l'ETA si fosse sotterrata sotto la resa incondizionata (zero richieste, cessate il fuoco e anche consegna delle armi), sarebbe forse nata immadiatamente una nuova organizzazione per sostituirla.
L'unico atto aggiuntivo che l'ETA avrebbe potuto compiere (e non ha compiuto) poteva essere una richiesta di perdono per le circa 800 vittime. Questo sì. Ma nulla più, o adesso nei territori baschi non sarebbe improvvisamente più autorevole.

Noi abbiamo solo un altro esempio di irredentismo simile: quello dell'IRA in Irlanda del Nord. E sappiamo che, nel luglio 2005, l'IRA ha finalmente deposto e consegnato poi le armi. Anche in questo caso, non era il primo cessate il fuoco. Altri ve n'erano stati, sotto il governo Major e poi sotto il governo Blair. Quello sotto il governo Major era fallito perché il premier conservatore aveva subìto il ricatto dei partiti unionisti, in grado di far cadere il suo governo da un momento all'altro: e così per un anno e mezzo non si fece assolutamente nulla di concreto per "far rientrare politicamente" l'indipendentismo nord-irlandese (ad esempio, coinvolgendo il partito Sinn Fein nelle trattative sull'Assemblea dell'Irlanda del Nord).
E' vero che tra IRA ed ETA vi è una differenza cruciale: l'ETA rappresenta le istanze di un intero popolo, l'IRA di una minoranza dell'Irlanda del Nord.
Ma alcune fasi del processo sono simili ed è significativo quanto riportato dall'International Herald Tribune:


Time and again the Basque separatists who called their cease-fire in Spain this week identified with the Irish Republican Army and the eerie parallel between the two groups held up over nearly four decades, all the way to what seems to be their mutual oblivion.
Last year, Gerry Adams, the longtime leader of the IRA's political wing, Sinn Fein, visited the Basque country to promote his book and to encourage ETA to negotiate for peace. It now seems plain that the peace deals that the IRA was negotiating were the omen of a similar course for ETA.


L'amicizia tra Batasuna e Sinn Fein (e tra ETA e IRA) è nota da tempo: alcuni, pur senza prove, s'azzardano a dire che ETA e IRA si rifornivano dagli stessi venditori d'armi. E' possibile, ma forse è dovuto solo al fatto che pochi Stati riforniscono di armi i terroristi e i guerriglieri di tutto il mondo.
El Mundo riporta anche l'altra faccia del parallelismo: rivela che Tony Blair e il primo ministro irlandese Bertie Ahern hanno collaborato con Zapatero per tracciare i negoziati che hanno portato al cessate il fuoco dell'ETA.
Infine un sacerdote di Belfast, Alec Reid, noto in Irlanda del Nord per il suo impegno attivo nelle trattative tra IRA e governo inglese, ha incontrato i leaders dell'ETA e ha contribuito a convincerli a deporre le armi.

La palla passa dunque, ora, a Zapatero. Egli dovrà mostrare la fermezza necessaria a far capire all'ETA che questa è una strada di non ritorno, ma necessariamente dovrà anche sedersi al tavolo assieme agli (ex?) terroristi. Noi, che osserviamo tutto da lontano, non dovremmo vedere le trattative come una sconfitta della politica, ma come la sua vittoria: la risoluzione pacifica di un conflitto militare è, infatti, inequivocabilmente una vittoria. La strada è lunga ma dobbiamo solo augurarci che sia percorsa tutta.

Pubblicato il 25/3/2006 alle 11.24 nella rubrica Scontri (e incontri) di civiltà.

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