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La sera del Corriere

La sera del Corriere, ovvero il suo tramonto.
Tramonto rispetto a quando era IL quotidiano d'Italia. Tramonto rispetto a quando, pur da posizioni confindustriali, garantiva equidistanza (che non è la stessa cosa d'indipendenza, anzi). Tramonto rispetto a quando era stato fondato come giornale dei conservatori.

Paolo Mieli ha firmato un editoriale, ieri, quando c'erano temi ben più importanti da trattare (esempio: la manifestazione a Teheran non autorizzata per la festa della donna), per dire che il Corriere sta con Prodi.
Bella scoperta. C'era bisogno di dirlo a chiare lettere? No. Lo sapevamo tutti da tempo.
Ma ciò che a noi pare più strano è la mancanza di profondità dell'editoriale stesso. Un'accozzaglia di luoghi comuni. Addirittura, nel dare le tre motivazioni della scelta, Mieli pone per terza quella sulla bravura del centrosinistra.
La prima motivazione è che il governo è stato deludente: un voto contro, quindi.
La seconda, che fa scadere le elezioni a un gioco di società, è che un pareggio è nefasto e l'alternanza fa bene al Paese.
Oh, sì. Certo. Non siamo certo quelli che auspicano una dittatura trentennale, figurarsi. Ma non ricordiamo nel 2001 un Mieli che disse: "dotto', io voto Berlusconi per alternare".

La piattezza argomentativa prosegue quando Mieli fa nomi e cognomi. Una sorta di gioco della torre, degno di test adolescenziali più che dell'editoriale che spiega la scelta di campo del quotidiano più importante d'Italia. Con eleganza quasi borghese, l'ex militante di Lotta Continua nomina i "buoni" e tace sui "cattivi".
I buoni del centrosinistra sono, ovviamente, Prodi e Rutelli, Fassino e Bertinotti e la Rosa nel Pugno.
Mancano Mastella e Sbarbati (che si lamentano: "poteva citare anche noi". Ma per piacere!), mancano soprattutto Diliberto (scavalcato a destra da Rifondazione, nei gusti dell'ex Lc) e D'Alema (della serie: il nemico non lo considero nemmeno).
I buoni del centrodestra, ovviamente, sono Fini e Casini. Cioè coloro che hanno cercato di limitare l'influenza personale di Berlusconi nel governo di centrodestra. E questa è tra l'altro una incoerenza: Mieli, nel motivare la delusione del governo uscente, aveva appena scritto che s'era occupato soprattutto di risolvere le "controversie interne".
Si ha l'impressione, facendo un bilancio, che tali controversie siano state generate soprattutto da An e Udc; ed è comunque una zizzania inutile infilata dentro la Casa delle Libertà, che ha risposto abbastanza compattamente.

Mieli precisa che resteranno le differenze tra gli editorialisti: e, in effetti, ci saremmo stupiti nel leggere, da oggi, editoriali "di sinistra" firmati dai vari Magdi Allam, Sergio Romano, Angelo Panebianco e Piero Ostellino.
Ma che importa? La "linea" è decisa, lo zampino del patto di sindacato è evidente, il trotzkista Marco Ferrando aveva ragione: la natura sociale del centro dell'Unione di Prodi è tutto ciò che il Corriere della Sera simboleggia: alta borghesia illuminata, grandi imprenditori che privatizzano gli utili e statalizzano le perdite e si lanciano in piagnistei contro la concorrenza interna ed estera, alta finanza che non finanzia i cittadini ma sé stessa, baroni universitari e via dicendo.
Sì, esatto. Gli stessi che hanno la proprietà del Corriere della Sera.

Motivi per non comprarlo più? Uno solo: la piattezza argomentativa del suo direttore. Che arriva a scrivere frasi disarmanti, come questa: «Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile».
Ma davvero? Che cos'è, una excusatio non petita o cos'altro?

Pubblicato il 9/3/2006 alle 11.10 nella rubrica Politica italiana.

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