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Milano cambierà volto?

Ci voleva un nuovo sindaco per parlare delle brutture di Milano, o meglio ci voleva l'intervento diretto di Vittorio Sgarbi, assessore "in pectore" all'arredo urbano.
I Liberali per l'Italia hanno costruito la loro comunicazione politico-elettorale sul "pisciatoio" dedicato a Pertini (Via Manzoni-Via Montenapoleone), sull'Arco della Pace bistrattato e su altre cose simili. Ora, il dibattito pare lanciatissimo.

Via all'Ago e Filo in Piazzale Cadorna, ad esempio. Quello costato una sassata di soldi, voluto dall'arch. Gae Aulenti per "firmare" una delle sue peggiori realizzazioni: la famosa era andata un giorno intero in piazza a osservarla, aveva concluso che la viabilità faceva schifo e aveva creato dal nulla un nuovo sistema, per il quale tra l'altro in cinquanta metri puoi essere costretto a cambiare tre corsie, a seconda di dove devi andare e da dove arrivi.

E poi la grande polemica sul Duomo di Milano: nel 2002 furono avviati i lavori (necessari) per restaurare la facciata, perché c'era il rischio che cadessero giù i pezzi. Finora si è fatto tutto senza il biglietto d'ingresso, ma adesso pare che non ce la si faccia più. Il restauro costa troppo e, per fortuna a elezioni politiche avvenute, De Corato (An, vicesindaco uscente) ha dichiarato che, se il Comune ha tolto i fondi alla "Veneranda Fabbrica del Duomo", è per colpa delle Finanziarie di Tremonti.
Lo storico d'arte Arturo Carlo Quintavalle annuncia sul Corriere d'aver cambiato idea: prima era contrario al biglietto d'ingresso, ora lo vede come unica soluzione, così come hanno fatto altrove per il Duomo di Firenze, quello di Pisa e, sottolinea Guido Venturini del Touring Club, per almeno 75 luoghi di culto in Italia (e, aggiungerei qui, per moltissime chiese in Europa).

Intanto si scopre che l'intenzione dell'Assoedilizia (9mila iscritti facoltosi) di devolvere il 5 per mille alla Veneranda Fabbrica non è praticabile perché questa non rientra tra i numerosi enti che hanno stretto accordo con lo Stato in tal senso.

Tutto questo dibattito mostra una città ben poco interessata ad autoproporsi come città culturale. Anche Leonardo è entrato direttamente nella tenzone. Che cosa si sa della Milano leonardesca, proprio nel momento in cui il Cenacolo fa il giro del mondo a mezzo film? Si sa che un suo cavallo è relegato dentro l'Ippodromo, in un luogo tra l'altro magnifico, un vero parco pieno di vegetali magnifici, ma che nessun milanese frequenta se non è appassionato d'ippica.
Per non dire del dibattito relativo alle piazze. A parte Piazza Maggi, dove termina (o inizia, a seconda dei punti di vista) l'Autostrada per Genova, che qui noi difendiamo perché sì, è un vero svincolo autostradale ormai, ma ce n'era assoluto bisogno, a parte questa, sembra che ci si curi quasi esclusivamente di Piazza del Duomo.
Altri luoghi, sia in centro sia in periferia, vengono considerati più che altro come centri di fermata tra una capsula di città e l'altra, anziché come parte integrata di un percorso che unisca i luoghi (e i tempi) e non li divida.

Il fatto che il dibattito sia stato lanciato successivamente all'uscita di scena di Albertini la dice lunga su come il potere politico possa determinare il dibattito sulla città: e se le elezioni hanno dato continuità politica, ci si augura che la discontinuità culturale si evidenzi al più presto, e fortissima.

Pubblicato il 4/6/2006 alle 16.34 nella rubrica Milano e provincia.

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