.
Annunci online

75
idee e riflessioni


Diario


28 marzo 2006

Ucraina: un'altra vittoria per la democrazia

La rivoluzione arancione che condusse più di un anno fa si è spenta? Il presidente dell'Ucraina, Viktor Iushenko, è il grande sconfitto delle elezioni governative. Il suo partito ottiene il terzo posto, a grande distanza dal suo vecchio rivale (l'ex presidente Viktor Ianukovic, filo-russo) e anche dalla sua ex alleata (Julia Timoshenko).
Non va più di moda l'arancione a Kiev?
Sbagliato dedurlo.
La rivoluzione di quattordici mesi fa non è morta. Anzi.

Innanzitutto, quella arancione era stata una rivoluzione "per" la democrazia. In questo senso, non era stata una rivoluzione di parte, ma per tutto il Paese.
Nella democrazia c'è anche alternanza, talvolta gli umori popolari cambiano repentinamente in pochi mesi: nulla di strano.
In secondo luogo non si è affatto sopita la spinta riformatrice che Iushenko aveva portato alla politica ucraina quattordici mesi fa.
La sua sconfitta elettorale è personale, non imputabile alle "premesse-promesse" del suo movimento ma a ciò che egli non ha fatto per mantenerle.
Il suo movimento è stato trascinato negli scandali, nella corruzione. Inoltre la situazione economica non è migliorata: e gli ucraini, invece, si aspettavano un repentino miglioramento.
La recente "guerra del gas" con la Russia di Putin ha solo peggiorato l'immagine (già compromessa) di un presidente che ha portato la nave verso i venti della democrazia e poi l'ha fatta arenare in una politica senza risultati.

Ma il rinnovamento è fuor di dubbio. Innanzitutto, l'Ucraina è oggi una repubblica parlamentare e non presidenziale: e questo, nei Paesi in via di transizione, di solito giova.
Gli osservatori internazionali, poi, concordano nel definire queste elezioni "libere e corrette": elezioni, è bene sottolinearlo, vinte e non perse dagli "arancioni" presi globalmente. I due partiti avranno infatti più seggi del partito di maggioranza relativa, quello Regionalista dell'ex presidente filo-russo Ianukovic.

Gli scenari? Molto probabilmente la Timoshenko tornerà ad essere primo ministro e i due partiti arancioni si alleeranno, assieme ai socialisti che disporranno di una trentina di parlamentari.
Ma c'è da evidenziare anche il mutamento del partito Regionalista. Sempre filo-russo (tanto che vorrebbe il russo come seconda lingua nazionale), sempre anti-Nato ma più teso all'Europa rispetto a prima. Il partito ha avuto un ricambio notevole: circa cinquantamila tra militanti e dirigenti l'hanno abbandonato, un numero molto superiore s'è iscritto per la prima volta.
Taras Chornovil, un dirigente del partito, guida questa discontinuità e dichiara, ogni volta che può, che il suo movimento è interessato alla stabilità di fronte alla evidente crisi economica.

Dunque, l'acceso tifo che dalle nostre parti si faceva per Iushenko e il suo partito "Nostra Ucraina" non era totalmente giustificato, primo perché Iushenko non ha fatto praticamente nulla per l'Ucraina in quattordici mesi, secondo perché quello che più dovrebbe importarci è che l'intera classe politica (e lo Stato) si avviino su un cammino democratico. E questo è avvenuto.




permalink | inviato da il 28/3/2006 alle 15:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


25 marzo 2006

Verso la pace nei Paesi Baschi

Enzo Reale (nel suo blog 1972) ci parla dei paradossi del cessate il fuoco dell'ETA. Il suo punto di vista è pessimista, e non potrebbe essere altrimenti.
Un "cessate il fuoco", infatti, può avere solo il senso di una dimostrazione di volontà, null'altro.
Lo dice bene anche Bernardo Axtaga, forse uno dei baschi più famosi del pianeta. Scrittore e poeta di successo, è stato testimone di tutta la vicenda dell'ETA. Intervistato da Alessandra Coppola per il Corriere della Sera, egli afferma:


Si aprirà un vaso di Pandora e questi anni saranno passati in rassegna. Si prospetta uno scenario molto conflittuale. Se ne parlerà sui giornali, in Parlamento, ci saranno manifestazioni. Un periodo difficile. Ma finalmente, rimossa questa anormalità, resteremo all'interno del gioco democratico.

Il che esprime una speranza ma anche la prospettiva di una road map lunga e difficile. Non potrebbe essere altrimenti. L'ETA si è sentita sempre più isolata di fronte al consolidamento della democrazia in Spagna, che ha permesso ai baschi di ottenere una certa autonomia di governo e (ovviamente) il riconoscimento della lingua nazionale.
Va sottolineato che l'art. 3 della Costituzione spagnola prevede il plurilinguismo non solo nelle tre regioni dove storicamente vi è una forte rivendicazione in tal senso (Galizia, Paesi Baschi e Catalogna), ma anche in tutto il resto del territorio. Ci si dimentica che perfino l'Andalusia (terra povera, simile al nostro Mezzogiorno) gode di ampie autonomie da tempo.
L'ETA nacque sotto il franchismo perché Franco perseguitava il popolo basco: questa realtà non va dimenticata. Ora che la Spagna è una democrazia trentennale, ora che le persecuzioni sono un brutto ricordo per tutti, ora che comincia ad affacciarsi una generazione nata dopo Franco, la necessità di difendersi è caduta.

C'entra sicuramente l'effetto "11 marzo". L'ETA e i suoi simpatizzanti hanno potuto vedere in televisione ciò che un altro terrorismo, molto più potente e organizzato, è stato in grado di fare a Madrid. Può sembrare una banalizzazione (a Enzo Reale pare tale, ad altri pure), ma l'aspetto psicologico è molto importante dentro una lotta non pacifica.
Il punto è che la gente ha visto il terribile terrorismo dei fanatici legati ad Osama Bin Laden e, presso il popolo, ha trasformato ogni possibile, e residuale, simpatia verso l'ETA in una aperta condanna al metodo della violenza.
Naturalmente non è solo questo. Sempre l'informatissimo Enzo Reale, ad esempio, ci dice che il governo di Zapatero, fin dal suo insediamento, ha inteso stipulare trattative segrete con l'ETA, "permettendo così una disgregazione dello Stato spagnolo", giacché l'ETA non si è limitata al cessate il fuoco ma ha incluso la sua speranza all'autodeterminazione del popolo basco.

Sinceramente non capiamo tanta sorpresa in questo. L'ETA non può, e non potrà, diventare un movimento spagnolo. Non è solo "cambiare idea". E' qualcosa di più: è un sentimento di identificazione di un popolo che non si sente spagnolo, ma basco. Sarebbe come chiedere alla SVP di diventare italiana, al Sinn Fein di diventare britannico. L'ETA ci sta solo dicendo che, d'ora in poi e a certe condizioni, non ucciderà più.

E' la terza volta che accade, segno che la dichiarazione serve solo a indicare un percorso, a incominciarlo. Può sembrare, superficialmente, che sia un ricatto: "interrompere le ostilità in attesa di vedere quel che succede e dettare condizioni", scrive Reale citando "Libertad digital" secondo cui le condizioni sono: legalizzare Batasuna (il braccio politico dell'ETA), indire un referendum sull'autodeterminazione e chiudere il cerchio "politico-giudiziario" (cioè liberare i quasi mille militanti dell'ETA in carcere, o qualcosa di simile).
Ma come stupirsi di queste richieste? La resa incondizionata può appartenere soltanto a chi subisce una disfatta, non a chi perde una guerra.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l'ETA ha bisogno di rimanere forte e sostenuta da una consistente minoranza del suo popolo. Solo così potrà poi imporre a chi nutre tuttora sentimenti separatisti una pace vera: se l'ETA si fosse sotterrata sotto la resa incondizionata (zero richieste, cessate il fuoco e anche consegna delle armi), sarebbe forse nata immadiatamente una nuova organizzazione per sostituirla.
L'unico atto aggiuntivo che l'ETA avrebbe potuto compiere (e non ha compiuto) poteva essere una richiesta di perdono per le circa 800 vittime. Questo sì. Ma nulla più, o adesso nei territori baschi non sarebbe improvvisamente più autorevole.

Noi abbiamo solo un altro esempio di irredentismo simile: quello dell'IRA in Irlanda del Nord. E sappiamo che, nel luglio 2005, l'IRA ha finalmente deposto e consegnato poi le armi. Anche in questo caso, non era il primo cessate il fuoco. Altri ve n'erano stati, sotto il governo Major e poi sotto il governo Blair. Quello sotto il governo Major era fallito perché il premier conservatore aveva subìto il ricatto dei partiti unionisti, in grado di far cadere il suo governo da un momento all'altro: e così per un anno e mezzo non si fece assolutamente nulla di concreto per "far rientrare politicamente" l'indipendentismo nord-irlandese (ad esempio, coinvolgendo il partito Sinn Fein nelle trattative sull'Assemblea dell'Irlanda del Nord).
E' vero che tra IRA ed ETA vi è una differenza cruciale: l'ETA rappresenta le istanze di un intero popolo, l'IRA di una minoranza dell'Irlanda del Nord.
Ma alcune fasi del processo sono simili ed è significativo quanto riportato dall'International Herald Tribune:


Time and again the Basque separatists who called their cease-fire in Spain this week identified with the Irish Republican Army and the eerie parallel between the two groups held up over nearly four decades, all the way to what seems to be their mutual oblivion.
Last year, Gerry Adams, the longtime leader of the IRA's political wing, Sinn Fein, visited the Basque country to promote his book and to encourage ETA to negotiate for peace. It now seems plain that the peace deals that the IRA was negotiating were the omen of a similar course for ETA.


L'amicizia tra Batasuna e Sinn Fein (e tra ETA e IRA) è nota da tempo: alcuni, pur senza prove, s'azzardano a dire che ETA e IRA si rifornivano dagli stessi venditori d'armi. E' possibile, ma forse è dovuto solo al fatto che pochi Stati riforniscono di armi i terroristi e i guerriglieri di tutto il mondo.
El Mundo riporta anche l'altra faccia del parallelismo: rivela che Tony Blair e il primo ministro irlandese Bertie Ahern hanno collaborato con Zapatero per tracciare i negoziati che hanno portato al cessate il fuoco dell'ETA.
Infine un sacerdote di Belfast, Alec Reid, noto in Irlanda del Nord per il suo impegno attivo nelle trattative tra IRA e governo inglese, ha incontrato i leaders dell'ETA e ha contribuito a convincerli a deporre le armi.

La palla passa dunque, ora, a Zapatero. Egli dovrà mostrare la fermezza necessaria a far capire all'ETA che questa è una strada di non ritorno, ma necessariamente dovrà anche sedersi al tavolo assieme agli (ex?) terroristi. Noi, che osserviamo tutto da lontano, non dovremmo vedere le trattative come una sconfitta della politica, ma come la sua vittoria: la risoluzione pacifica di un conflitto militare è, infatti, inequivocabilmente una vittoria. La strada è lunga ma dobbiamo solo augurarci che sia percorsa tutta.




permalink | inviato da il 25/3/2006 alle 11:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


23 marzo 2006

Blair: affrontare le inciviltà che si annidano in ogni comunità

Tony Blair ha tenuto un importante discorso di politica estera l'altro giorno. Il testo completo presenta l'usuale impostazione: da un lato, il premier inglese ribadisce che altro è la religione islamica, altro è il terrorismo che trae false fonti dal Corano; dall'altro, segna la differenza politica tra progressisti e conservatori, che non è, a suo parere, sulla necessità della lotta al terrorismo, bensì sulle opzioni politiche successive: quali attenzioni, ad esempio, alla povertà nel mondo?
Politicamente è un discorso profondo, completo, rivolto al futuro più che al passato.
S'individuano due linee. La prima sta nello spezzare la trappola della contrapposizione tra le civiltà. Dice Blair:


This is not a clash between civilisations. It is a clash about civilisation.

In tal modo Blair tenta di costituire un fronte unitario antiterrorista che coinvolga cristiani, musulmani, fedeli di altre religioni e anche atei e agnostici: molto diverso da chi, sottoponendosi ai proclami dei fondamentalisti arabi, preferisce acutizzare le differenze culturali tra "noi" e "loro".
La seconda linea sta appunto nel "che fare dopo"?


Progressives are stronger on the challenges of poverty, climate change and trade justice.

Questo passaggio serve forse a Blair per rivendicare le differenze con gli avversari interni, in un momento di scarsa popolarità per il suo governo, ma anche per tentare un riavvicinamento con le tradizioni democratiche di sinistra europee, che finora non l'hanno seguito sulla strada della lotta al terrorismo.
Blair sta cercando di spiegare ai suoi compagni del socialismo europeo che, dopo, come progressista lui s'impegnerà sui temi della giustizia sociale per le popolazioni di Paesi come Iraq, Afghanistan ma anche Iran, Corea del Nord e altri.

Tony Blair, nell'illustrare la differenza tra i terroristi che attingono al Corano le fonti del loro terrorismo e i veri islamici, si è lanciato in un pericoloso paragone interno, che non ha mancato di suscitare violente polemiche.
In buona sostanza Blair ha voluto evidenziare che ogni religione ha i suoi fanatici, anche il cristianesimo:


The extremists who commit these acts of terrorism are not true Muslims. (..) They are no more proper Muslims than the Protestant bigot who murders a Catholic in Northern Ireland is a proper Christian. But, unfortunately, he is still a "Protestant" bigot. To say his religion is irrelevant is both completely to misunderstand his motive and to refuse to face up to the strain of extremism within his religion that has given rise to it.

Apriti cielo. Blair non aveva calcolato che il quarto partito britannico, il Dup, è un movimento unionista-protestante nordirlandese fermamente schierato contro ogni forma di dialogo con i nazionalisti cattolici. La reazione di Ian Paisley Jr., figlio del rev. Ian Paisley (capo indiscusso del Dup), non s'è fatta attendere: Blair ha insultato in modo premeditato l'intera comunità protestante dell'Ulster, ha tuonato.
Ma Blair ha ragione. Paisley è a capo di una chiesa (da lui fondata) che definisce il papa "Anticristo" e la Chiesa cattolica "Bestia di Satana". Secondo alcuni documenti pubblicati anche in Italia (cfr. Silvia Calamati, "Irlanda del Nord. Una colonia in Europa"), il partito di Paisley forniva alla terribile Ruc (la polizia nordirlandese) i nomi e gli indirizzi di repubblicani da "punire".
Blair non ha certamente insultato l'intera comunità protestante che vive in Irlanda del Nord, se non altro perché sempre più gente vuole una pacificazione tra le due comunità: basti pensare che a Belfast una coppia su cinque è mista e il dato è in costante aumento. Blair ha invece fatto bene a richiamare il terrorismo interno, di cui tutti i sudditi della Corona ricordano le conseguenze, giacché è proprio da lì che bisogna partire: non si tratta di un conflitto di cività, ma si tratta di estirpare l'inciviltà all'interno delle civiltà.
Il richiamo all'esperienza terroristica interna è forse duro, ma efficace.




permalink | inviato da il 23/3/2006 alle 17:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


21 marzo 2006

Di topi e di gatti (la via Liberale alla sconfitta elettorale)

La storia delle liste liberali la sapete tutti. Il PLI si presenta in poche regioni, tra camera e senato; RL mi sembra solo in tre regioni al senato.
E' come dire che le elezioni politiche del 9 e 10 aprile hanno già dato un risultato certo: la sconfitta (sul nascere) dei liberaloidi d'Italia.
Per qualcuno era più importante mettere il proprio nome piuttosto che costruire un soggetto politico davvero liberale e davvero unificante. Vediamo alcuni passaggi significativi di questo tracollo.


• Benedetto Della Vedova, appena uscito dai Radicali e appena fondato un partito nuovo (RL), va subito a dialogare con Forza Italia anziché con i liberali che si muovono da anni per ricostituire un partito.
• Renato Altissimo, storico segretario dell'ultimo PLI, torna alla vita politica attiva e viene posizionato da Stefano De Luca alla presidenza del PLI medesimo. Cos'abbia fatto in questi dieci anni per meritarsi siffatta gloria, non è dato saperlo.
• Carla Martino, della presidenza del PLI, che intanto dialoga con Forza Italia, dichiara che è stata cooptata nella direzione dei Radicali Italiani, che stanno costituendo la Rosa nel Pugno per entrare nel centrosinistra.
• Si avvia la raccolta firme. Forza Italia aveva promesso a PLI e RL un aiuto concreto e invece questo aiuto viene, ma in modo ovviamente limitato, da AN.
• Alla stretta finale, PLI e RL discutono del diritto di tribuna con Forza Italia. Da sei che dovevano essere (quattro RL e due PLI), i parlamentari liberali saranno uno o forse due, tutti di RL.
• Il PLI reagisce male alla mancanza del diritto di tribuna e dichiara rottura totale con la Casa delle Libertà. Qui per PLI intendo la sua direzione nazionale, quindi De Luca, Altissimo e tutti gli altri.
• Gigi Paganelli, coordinatore lombardo PLI, capolista PLI al senato, continua invece a sottolineare l'alleanza tra PLI e CdL.

E siamo a sabato 25 marzo. Data storica, visto che il 27-28 marzo 1994 Berlusconi, appena entrato in politica, vinse le elezioni.
Il PLI lombardo organizza un convengo dal titolo: "I liberali in un'Italia che non sa essere liberale". Bla bla? Vedremo. Per intanto, si sottolinea la presenza di:

• Il non-plus-ultra del PLI lombardo: Paganelli, naturalmente, e poi Morandi (della direzione nazionale), che sicuramente spiegherà se il PLI sta con o contro la CdL, e Giampaolo Berni.
Berni è famoso per avere contattato LPI e averli convinti a unire i percorsi con il PLI, Morandi e Paganelli per avere usato i tesserati LPI per giocare a carte sui tavoli di trattativa con la Moratti, RL e il PRI.
• Arturo Diaconale, direttore de "L'Opinione", che si porta dietro il suo giornalista Davide Giacalone. "L'Opinione" sarebbe l'organo ufficiale del PLI ma è notissima la simpatia di Diaconale e degli altri per RL.
• Marco Jouvenal, coordinatore di GayLib, candidato al senato per il PLI. Jouvenal si è allontanato da poco da Marco Marsili, un liberale che ha stretto alleanze con Di Pietro.
• Una pattuglia, infine, di socialisti e liberali di Forza Italia milanese: Milko Pennisi (ex PSI), Max Bruschi (ex PRI, ex Radicali), Bruno Dapei. I quali saranno molto curiosi, anche loro, di sapere se il PLI sta con o contro la CdL.


I liberali che invece si sono accorti della sconfitta in partenza dei liberali alle elezioni del 9 e 10 aprile, aspettano con ansia che le elezioni passino. Solo dopo il voto si potrà tornare a parlare di liberalismo. Con Della Vedova in parlamento, e forse Calderisi, e forse De Luca e Altissimo dimissionari da tutte le cariche.
Intanto ci sono cose molto più importanti di cui occuparsi. Della Valle si dimette dal direttivo di Confindustria, il gatto di Downing Street muore.




permalink | inviato da il 21/3/2006 alle 19:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


18 marzo 2006

Si sfogano

Calderoli mostra la t-shirt con la vignetta su Maometto, nemmeno fosse Totti che dedica un gol a qualcuno.
Sempre Calderoli definisce una porcata la legge elettorale che ha contribuito a scrivere.
Casini e Fini attaccano Berlusconi dopo il faccia a faccia con Prodi.
Alessandra Mussolini dichiara che Fini non deve più parlare di lei.
E adesso Giovanardi attacca la legge olandese sull'eutanasia: "peggio di Hitler, che almeno lo faceva in segreto".
Si devono, evidentemente, sfogare. Forse comprendono che tra poco la CdL sarà rivoltata come un calzino?




permalink | inviato da il 18/3/2006 alle 12:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


16 marzo 2006

Milano, fiaccolata contro la violenza politica


Milano, Corso Buenos Aires. Clicca per ingrandire


C.so Buenos Aires: la sede di An, bruciata. Clicca per ingrandire

Berlusconi (acclamatissimo), La Russa, Calderoli. E naturalmente il sindaco Albertini e il candidato sindaco Letizia Moratti. E poi il presidente della provincia, il diessino Penati (fischiatissimo). Carlo Sangalli, presidente di Unioncamere, faceva gli onori di casa.
Mancavano Prodi e Fassino, che pure erano a Milano per una manifestazione serale del centrosinistra.
Ma c'era Milano: la Milano che crede che la politica non debba mai sfociare nella violenza.
E questa Milano era più numerosa, molto più numerosa dei cinquecento estremisti che sabato avevano messo a fuoco e fiamme Corso Buenos Aires.

(per la storia completa vedi il blog dei Liberali per l'Italia).




permalink | inviato da il 16/3/2006 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 marzo 2006

Liberali per l'Italia: a Milano con una nostra lista



I Liberali per l'Italia alle comunali di Milano.
LPI candida Gabriele Pagliuzzi a sindaco di Milano.
E' una scelta rischiosa ma importante perché i cittadini milanesi potranno scegliere l'identità liberale di coloro che non hanno mai accettato un PLI coinvolto nelle logiche, sbagliate, anzi pericolose, della Prima Repubblica.

Tutta un'altra città
E' questo lo slogan scelto da LPI per condurre la sua campagna elettorale. Milano ha bisogno di ritrovarsi perché, nonostante la nuova Fiera e tante altre belle iniziative, non ha più un'identità chiara.
Il programma, scaricabile dal sito internet di LPI, è un vademecum di idee, concrete ma anche generali, sullo sviluppo di Milano nei prossimi anni, sotto tutti gli aspetti: dalla sicurezza alla vivibilità, dall'ambiente ai servizi sociali, dalla cultura al turismo.

Il blog
LPI ha scelto di integrare il sito internet con il blog, per rendere più agevole e veloce la comunicazione con i lettori.




permalink | inviato da il 15/3/2006 alle 12:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


14 marzo 2006

Le energie ce le abbiamo, purché ci mettiamo assieme

Così Romano Prodi ha scelto di concludere il suo appello finale, durante il dibattito con Silvio Berlusconi.
Deludente, per colui che sembrava avesse in mano l'Italia solo pochi mesi fa.

(Per l'analisi rimando al blog di LPI).




permalink | inviato da il 14/3/2006 alle 22:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


9 marzo 2006

La sera del Corriere

La sera del Corriere, ovvero il suo tramonto.
Tramonto rispetto a quando era IL quotidiano d'Italia. Tramonto rispetto a quando, pur da posizioni confindustriali, garantiva equidistanza (che non è la stessa cosa d'indipendenza, anzi). Tramonto rispetto a quando era stato fondato come giornale dei conservatori.

Paolo Mieli ha firmato un editoriale, ieri, quando c'erano temi ben più importanti da trattare (esempio: la manifestazione a Teheran non autorizzata per la festa della donna), per dire che il Corriere sta con Prodi.
Bella scoperta. C'era bisogno di dirlo a chiare lettere? No. Lo sapevamo tutti da tempo.
Ma ciò che a noi pare più strano è la mancanza di profondità dell'editoriale stesso. Un'accozzaglia di luoghi comuni. Addirittura, nel dare le tre motivazioni della scelta, Mieli pone per terza quella sulla bravura del centrosinistra.
La prima motivazione è che il governo è stato deludente: un voto contro, quindi.
La seconda, che fa scadere le elezioni a un gioco di società, è che un pareggio è nefasto e l'alternanza fa bene al Paese.
Oh, sì. Certo. Non siamo certo quelli che auspicano una dittatura trentennale, figurarsi. Ma non ricordiamo nel 2001 un Mieli che disse: "dotto', io voto Berlusconi per alternare".

La piattezza argomentativa prosegue quando Mieli fa nomi e cognomi. Una sorta di gioco della torre, degno di test adolescenziali più che dell'editoriale che spiega la scelta di campo del quotidiano più importante d'Italia. Con eleganza quasi borghese, l'ex militante di Lotta Continua nomina i "buoni" e tace sui "cattivi".
I buoni del centrosinistra sono, ovviamente, Prodi e Rutelli, Fassino e Bertinotti e la Rosa nel Pugno.
Mancano Mastella e Sbarbati (che si lamentano: "poteva citare anche noi". Ma per piacere!), mancano soprattutto Diliberto (scavalcato a destra da Rifondazione, nei gusti dell'ex Lc) e D'Alema (della serie: il nemico non lo considero nemmeno).
I buoni del centrodestra, ovviamente, sono Fini e Casini. Cioè coloro che hanno cercato di limitare l'influenza personale di Berlusconi nel governo di centrodestra. E questa è tra l'altro una incoerenza: Mieli, nel motivare la delusione del governo uscente, aveva appena scritto che s'era occupato soprattutto di risolvere le "controversie interne".
Si ha l'impressione, facendo un bilancio, che tali controversie siano state generate soprattutto da An e Udc; ed è comunque una zizzania inutile infilata dentro la Casa delle Libertà, che ha risposto abbastanza compattamente.

Mieli precisa che resteranno le differenze tra gli editorialisti: e, in effetti, ci saremmo stupiti nel leggere, da oggi, editoriali "di sinistra" firmati dai vari Magdi Allam, Sergio Romano, Angelo Panebianco e Piero Ostellino.
Ma che importa? La "linea" è decisa, lo zampino del patto di sindacato è evidente, il trotzkista Marco Ferrando aveva ragione: la natura sociale del centro dell'Unione di Prodi è tutto ciò che il Corriere della Sera simboleggia: alta borghesia illuminata, grandi imprenditori che privatizzano gli utili e statalizzano le perdite e si lanciano in piagnistei contro la concorrenza interna ed estera, alta finanza che non finanzia i cittadini ma sé stessa, baroni universitari e via dicendo.
Sì, esatto. Gli stessi che hanno la proprietà del Corriere della Sera.

Motivi per non comprarlo più? Uno solo: la piattezza argomentativa del suo direttore. Che arriva a scrivere frasi disarmanti, come questa: «Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile».
Ma davvero? Che cos'è, una excusatio non petita o cos'altro?




permalink | inviato da il 9/3/2006 alle 11:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


8 marzo 2006

Liberali alla frutta, dimettetevi tutti

Ogni sconfitta esigerebbe almeno che i generali offrissero le loro dimissioni. Così, tanto per fare un gesto elegante.
C'è invece da immaginarsi che i generali di RL e quelli del PLI non abbiano alcuna intenzione di dimettersi.
Di cosa stiamo parlando? Dell'esclusione praticamente totale dei liberali da quel famigerato "diritto di tribuna parlamentare", passaggio obbligato per avere appunto una rappresentanza.
Nella sostanza, il PLI di De Luca e (sic!) Altissimo e il gruppetto di radicali "eretici" guidato da Della Vedova hanno ottenuto un nullo o scarso diritto di tribuna.
Gli accordi con Sandro Bondi erano diversi: al PLI due deputati (appunto, il redivivo Altissimo e l'ex sottosegretario De Luca: due di quelli che il PLI l'avevano ucciso portandolo dentro la partitocrazia); a RL quattro deputati (Della Vedova, Calderisi, Taradash e Palma).
Le cose sono andate diversamente e, di questi sei personaggi, solo Della Vedova ha l'elezione sicura. Calderisi è stato accolto nella lista di Forza Italia in una posizione tale per cui verrà eletto solo se la CdL vincerà le elezioni.
Degli altri nessuna traccia.

I più amareggiati sono logicamente quelli del PLI, che scrivono un comunicato stampa violentissimo e anche un po' ipocrita. Il comunicato è irrintracciabile dal sito ufficiale per cui lo linkiamo dal sito dei Liberali per l'Italia. Il tono è da tragedia e il contenuto è la rottura totale con la CdL: ecco l'ipocrisia. Siamo infatti certi che, se a De Luca e Altissimo fosse stato garantito ciò che era nei patti, ovvero il diritto di tribuna, il PLI oggi non definirebbe "antidemocratica e incostituzionale" la legge elettorale che obbliga i piccoli partiti a chiedere il diritto di tribuna!
Ed è anche un dato di fatto che la rottura con la CdL sia nata solo ed esclusivamente a causa del mancato diritto di tribuna, il che fa un po' sorridere visti i toni del comunicato che parla addirittura di "questione morale": ma quale questione morale, siamo seri! Erano in gioco due scranni alla Camera e Forza Italia ha capito che il PLI, forte forse di 40mila voti, non li meritava.
Un candidato del PLI, nonché responsabile per Torino di LPI, ben onosciuto in Tocque-Ville, ora si sbraccia. Parole sante, le sue, ma ammissioni tardive rispetto a ciò che pareva evidente: questo PLI non può rappresentare i liberali.

RL si consola con l'elezione sicura di Della Vedova e quella, possibile, di Calderisi, ma la delusione serpeggia anche tra i salmoni. Le lamentele riguardano anche la raccolta firme per le liste al senato, si scopre che Forza Italia aveva promesso anche quelle ma non ha mantenuto. Più eleganti, i Riformatori Liberali non arrivano a boicottare la CdL e il loro tono è semplicemente rassegnato. Ma anche per loro si tratta di una netta sconfitta.
Il diritto di tribuna parlamentare sarà a loro garantito (col minimo indispensabile: uno o forse due deputati), ma è altrove che i liberali avrebbero dovuto cercare la forza (intrinseca) per contare davvero.

La politica si fa nelle istituzioni, è chiaro. Ma quanta politica avrebbero potuto fare sei deputati (divisi in due partiti) e zero senatori? Certo, un inizio. Tiepido, debole, inutile quasi, ma sempre un inizio. Eppure, è proprio questa politica "istituzionale" ad avere stancato la gente. Il 90% degli italiani se ne frega di Della Vedova e di De Luca, e soprattutto se ne frega dei liberali. E non perché tutti siano liberali, il che è una colossale mistificazione.
In realtà serve che questo Paese abbia liberali onesti, veri e capaci di ridare valore a una corrente ideologica che, in Italia (e solo in Italia, si badi!), sembra al momento non avere futuro.
L'entusiasmo che aveva accompagnato la nascita di RL deve mutarsi e diventare entusiasmo nel difendere il liberalismo tout-court, da qui in avanti. Possibilmente con dirigenti diversi da chi il liberalismo l'ha ucciso portandolo dentro Tangentopoli.




permalink | inviato da il 8/3/2006 alle 10:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


1 marzo 2006

C'è chi firma e chi fa firmare

Mentre il senatore Marcello Pera (Forza Italia) scrive un manifesto che molti accorrono a firmare (e altri, tra cui noi, contestano), il presidente del Consiglio di Zona 7 a Milano, Pasquale Cioffi (Forza Italia), era pronto ad autenticare le firme di presentazione della Rosa nel Pugno.

Avrà firmato il manifesto di Pera anche lui?
Lo emargineranno come eretico?




permalink | inviato da il 1/3/2006 alle 0:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
sfoglia     febbraio        aprile
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Milano e provincia
Scontri (e incontri) di civiltà
Specchio
Politica italiana
Zona rossa
Regimi

VAI A VEDERE

Liberali per l'Italia
Laboratorio per Reggio Emilia
Riformatori Liberali

Harry
Mario Caputi
Gabriele Lafranchi
Steppenwolf
Liberal Café
Italia Laica
Benedetto Della Vedova
Emma Bonino


Max Melley




Statistiche web e counter web  




Milano S. Siro

Nel banner: il Muro di Berlino (East Side Gallery), foto mia (gennaio 2004)

CERCA