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idee e riflessioni


Diario


26 febbraio 2006

Per l'Occidente, senza il Manifesto di Pera

In questi giorni, in Tocque-Ville e non solo, è un gran parlare del Manifesto per l'Occidente lanciato da Marcello Pera e sottoscritto, oltre che dalla gran parte dei bloggers di Tocque-Ville, da parlamentari, ministri, intellettuali e cittadini della CdL.
Purtroppo parlarne è difficile: ti danno del sedicente liberale, quando va bene, o anche del suicida o dell'autolesionista o addirittura del folle, in altri casi.

Ora, non ha molto senso ch'io stia a dilungarmi su concetti come relativismo, democrazia, libertà e senso religioso. Altri lo stanno facendo meglio di me.
Ha senso invece prendere una netta (e tocquevillianamente coraggiosa) posizione contro il Manifesto. Ben sapendo che è più facile accorrere a firmare le sue parole d'ordine che cercare di ragionare e di dibattere.
E scrivendo la mia posizione farò un favore all'autore del blog NeoConItaliani, il quale testualmente scrive: «Meglio che altri accentuino le loro diversità, anche perché noi siamo in maggioranza».
Detto fatto, ti accontenterò.

«Il laicismo o il progressismo rinnegano i costumi millenari della nostra storia. Si sviliscono così i valori della vita, della persona, del matrimonio, della famiglia. Si predica l'uguale valore di tutte le culture».

Basterebbero queste parole, inserite nel preambolo, a rendere inaccettabile il Manifesto.
"Laicismo" e "Progressismo" sono infatti, evidentemente, forzature. Nell'intenzione di chi le ha scritte sono le derive negative di "laicità" e "progresso", ma bisogna stare attenti. Il pelo nell'uovo spesso è un inganno verbale.
Oggi colui che afferma principii laici è accusato di laicismo con estrema facilità. Non bisogna accettare questo modo d'imporre le proprie ragioni.
Il laico è colui che rispetta, che tollera. Ragionare laicamente significa analizzare tutte le sei facce del cubo, e non solo la preferita.
Il laicista è - sempre nell'intenzione di chi ha coniato questo fortunato vocabolo - colui che ragiona non laicamente, ma anticlericalmente.
La distinzione semantica fa perdere, però, il più ampio significato del termine "laico", che è tale non solo rispetto al discorso religioso, ma rispetto a qualunque discorso, da quello scientifico a quello sportivo a quello culturale. Laico, ebbene sì, è colui che non tifa, ma rispetta e tollera.
Dunque che il laicismo rinneghi costumi millenari è un po' difficile da dimostrare: primo, perché bisognerebbe capire quanto importante è codesto laicismo; secondo, perché bisognerebbe capire quali siano questi costumi millenari.
Ma ci ritorneremo.

Quanto al "progressismo", è un'altra distinzione semantica sul filo del rasoio. Il progresso, infatti, e non il progressismo è il vero bersaglio del miglior amico di Pera, ovvero Ratzinger. Il quale, nella recentissima enciclica Deus caritas est, parla di marxismo come "forma più radicale della filosofia del progresso" (non "del progressismo"!), volendo ovviamente stigmatizzarla.
Ma noi sappiamo (e lo sa bene anche Ratzinger!) che il progresso straordinario dell'Occidente è nato dal liberalismo. E' stato grazie ad una mentalità liberale che l'Inghilterra ha avuto il primo Parlamento libero d'Europa, ed è stato grazie a questo Parlamento che l'Inghilterra ha potuto rappresentare le istanze di una emergente classe imprenditoriale che ha dato avvio, nel '700 alla Rivoluzione Industriale: ed è stato grazie a questa rivoluzione che il nostro Occidente è quello che è. Un mondo di liberi, un mondo di eguali, un mondo di candidati al benessere.
In questo senso, è vero che il marxismo ha rappresentato la "contestazione interna" del modo di produzione capitalistica: interna perché, senza capitalismo, non avrebbe avuto senso il suo contrario. Interna perché, al contrario degli altri socialismi (utopici), quello di Marx è socialismo materialista, contestualizzato nel mondo occidentale e nel modo occidentale di fare impresa, di generare lavoro, di far crescere la ricchezza e il benessere.
La domanda è: Pera contesta il progressismo o il progresso? Noi non sappiamo rispondere, perché viene sì usato il termine "progressismo", ma con un significato terribilmente simile a "progresso": e sappiamo, però, che Ratzinger, il miglior amico di Pera, si scaglia contro il progresso, non contro il progressismo. Anzi, contro la "filosofia del progresso".
Cioè a dire: non importa come il progresso viene usato, importa che non vi sia la mentalità del suo perseguimento, a priori.
Un ragionamento, questo, terribilmente anti-occidentale.

"Si predica l'uguale valore di tutte le culture", scrive Pera. Ebbene? Ah, sì: è relativismo, questo.
Dunque. Sì, è relativismo. Nel senso che se io incontro una persona che ha una cultura diversa dalla mia (che ne so: ammettiamo che incontro un siriano), devo forse immaginare di essere migliore di lui per questo? Non lo penserei mai.
Mi sento sufficientemente libero dal non farmi condizionare, ma anche sufficientemente libero dall'incontrarlo e ascoltarne le ragioni. Se rifiutassi questo dialogo non mi sentirei libero; se d'altra parte lo accettassi, ma pensando che la mia e la sua cultura, in quel momento, abbiano diverso peso, lo tratterei in modo evidentemente superficiale.
Dovremmo tornare al primo grande occidentale ch'io (ri)conosca, Socrate: il quale, come tutti sanno, avrebbe la sintesi perfetta. Non rinuncerebbe mai, per niente al mondo, ad ascoltare il siriano, come se fosse il siriano ad avere qualcosa da insegnare a lui. E poi condurrebbe il ragionamento a un filo comune, umano.
Non v'è ragione perché io debba sentirmi diverso da uno straniero-estraneo, come anche non v'è ragione perché si debba cercare l'appiattimento. Essere differenti è bello se e solo se ci si incontra: quando ci si scontra, forse, non è bello per nessuno, umanamente parlando.

Nel seguito del Manifesto, non è tutto da buttare via. Ma i Manifesti servono a poco quando non sono chiari. E non è chiaro il punto sulla religione: «Siamo impegnati a riconfermare la distinzione fra Stato e Chiesa, senza cedere al tentativo laicista di relegare la dimensione religiosa solamente nella sfera del privato». Anche in questo caso c'è di mezzo il "laicismo": e basta! E' una vera ossessione anti-laica.
Spesso si dice che il cardinale Ruini, come cittadino italiano, ha pieno diritto ad esprimere pubblicamente la propria opinione e valutazione. Ruini è però anche il presidente dei Vescovi italiani.
Il ragionamento è lo stesso che si applica per Calderoli e le vignette, o per un qualunque pm di sinistra e la giustizia. Ha senso che Calderoli-cittadino indossi la t-shirt con le vignette? Sì. Ha senso che Calderoli-ministro faccia ciò? Assolutamente no: come ministro non deve permettersi questa libertà di remare contro la politica estera del suo governo in modo così sfacciato. Stop.
Ha senso che Ruini, come cittadino e come cardinale, prenda pubbliche posizioni? Sì, ha senso. E' esattamente come per i preti no-global: anche loro hanno questo diritto. Come si vede, non c'è quindi alcun tentativo di relegare la religione alla sfera privata: i religiosi possono, devono anzi, prendere pubbliche posizioni.
Non possono, però, prendere posizioni in qualche modo politiche. Non perché qualche legge, morale o temporale, glielo vieti; ma perché le ragioni della Chiesa, e soprattutto la sua Fede, non si difendono nell'agone politico, ma in un agone superiore e migliore. Socrate insegnerebbe anche questo, a Ruini e ai preti no-global.
La mia personale valutazione in merito è che sia colpa della politica, se appare che Ruini e i preti no-global siano liberi di prendere posizioni politiche: è colpa di quella politica che, appena parla un prete o un cardinale, ne ha soggezione. E applaude, e si rifà, e si tira indietro. Come quando Giovanni Paolo II parlò al Parlamento italiano di amnistia, con uno dei suoi discorsi schietti, semplici, di una forza morale devastante. Lo applaudirono tutti i politici, lì e fuori di lì. Ma l'amnistia non si fece, perché mancava la reale volontà politica di farla.
I politici, in quell'occasione, presero in giro la figura del papa e soprattutto, il che è più grave, la sua forza morale; ma se si va a rileggere il suo discorso, si vede con chiarezza che il papa parlò pubblicamente, ma non politicamente.
Anziché distinguere tra "laicità" e "laicismo", sarebbe quindi bene distinguere tra "sfera pubblica" e "sfera politica".

Non mi dilungo oltre, sebbene abbia ancora da dire qualcosa sul Manifesto. Ora è tempo di chiudere, ma prima un'ultima annotazione.
L'Occidente è il terreno e la patria della libertà, della democrazia (formale, istituzionale e sostanziale), della tolleranza e anche, vivaddio!, del progresso economico (e quindi sociale, e non viceversa). Negare ciò snaturerebbe l'Occidente in modo irrimediabile.
La nostra grande forza è essere usciti da due guerre mondiali e dal secolo dei totalitarismi senza le "ossa rotte", la nostra grande forza è avere prodotto un Occidente di pace e di rispetto.
L'identità occidentale, che Pera vorrebbe far risalire a una tradizione millenaria, è un concetto piuttosto pericoloso: in realtà, i popoli d'Europa sono in litigio da sempre, ma hanno smesso di litigare nell'ultima metà del XX secolo. L'unità occidentale è partita dagli intellettuali nel XVIII secolo al fine di formare le nazioni così come (più o meno) le conosciamo oggi.
A ben vedere, ma questo andrebbe approfondito, l'Europa ha smesso di litigare quando le nazioni si sono concretizzate senza dominii le une sulle altre. Non è un caso che i focolai di guerra (dall'Irlanda del Nord ai Paesi baschi a quelli balcanici) siano sorti proprio dove alcuni si sentono oppressi da altri.
Nessuno vuole negare che l'Occidente, da duemila anni, sia cristiano: così come nessuno vuole negare che il cristianesimo sia una grande religione di pace e di tolleranza. Nonostante i gravissimi episodi di intolleranza cristiana. Solo che non è dal cristianesimo che si può costruire una risposta al pericolo dei fondamentalismi (religiosi, ma anche culturali, economici e sociali).
La risposta più grande che l'Occidente può dare è quella che ha permesso un Occidente di liberi ed eguali: la nostra libertà, la nostra democrazia, la nostra tolleranza.




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25 febbraio 2006

Altissimo ritorna

Presentata l'alleanza della Casa delle Libertà: quindici liste alla Camera, venti al Senato. Non tutte si presenteranno in ogni circoscrizione, ma è comunque un bel marasma.
Nella compagine ci sono anche i partiti di Rauti (che farà semplice desistenza e forse avrà il cosiddetto "diritto di tribuna") e della Mussolini. Svetta (per illogicità) la lista No Euro.
Quanto al Partito Liberale, ha finalmente ottenuto quello che desiderava: due posti sicuri alla Camera nelle liste di Forza Italia.
A chi andranno? A Stefano De Luca e a Renato Altissimo.
Avete letto bene. Renato Altissimo. Niente male per chi è sparito da più di dieci anni dopo avere ammazzato il Pli coinvolgendolo nel marasma della partitocrazia e del pentapartito. Niente male davvero.

Credevamo che vi fossero tanti nuovi liberali, ci sbagliavamo. A dodici anni di distanza dal '94, il risorto Pli sa produrre soltanto il ripescaggio dell'epoca sbagliata.
I liberali nuovi non ringraziano.




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23 febbraio 2006

Il successo della Rosa nel Pugno

Sembrava un'alleanza nemmeno elettorale ma elettoralistica, quella tra i Radicali e Sdi.
Sembrava una trovata di Pannella per tornare in Parlamento, rinunciando a una posizione terzista e scegliendo l'imbarco nella vela di Prodi, già tartassata da venti uguali e contrari (Rifondazione e Udeur).
Sembrava una bandiera incompatibile con i principii di libertà economica cari a Bonino, Capezzone e così via, un'incompatibilità mitigata - ovviamente - dalla comunanza di visione sulla libertà di ricerca scientifica (Luca Coscioni r.i.p.) e sulla laicità dello Stato, argomenti su cui, nel centro-destra, non c'è appiglio.
Poi sembrava che anche questo potesse cadere, dalla candidatura per la Margherita della presidentessa del Comitato Scienza&Vita (che ha combattuto contro i Radicali al referendum del 2005).

E invece i Radicali sono bravissimi. Hanno uno stile impareggiabile e sono politicamente i più intelligenti di tutti. Sanno dettare l'agenda dei temi, sanno inserirsi mediaticamente e cogliere le opportunità che la politica offre loro.
Sono loro i veri leader della neonata Rosa nel Pugno, sono loro a essere sempre nuovi anche se stanno in politica ormai dal 1955.

"Siete i poeti della politica", disse a me (che non ero Radicale ma potevo sembrarlo in quel momento) una gentile e anziana signora, in Piazza del Duomo, alla tenda referendaria, nel 1995. L'avessi vista sul tram e mi avessero chiesto d'indovinare il suo voto, non avrei mai pensato. E invece è venuta in tenda, ha firmato tutti e 20 i referendum e poi quella frase, che mi è sempre rimasta dentro.
Ho visto, in politica, le cose più becere. Le ruberìe, le tangenti dopo Tangentopoli, le raccomandazioni, il voto per interesse, l'interesse per il voto. Le bugie e le ritrattazioni, i tradimenti e gli spergiuri, gli inganni e le diatribe, le tattiche da bassa bottega e i congressi farsa, gli strateghi dello 0,6% e coloro che s'ammantano di bandiere altrui perché non hanno il coraggio d'esporre le proprie.
Ho visto già tutto, in politica, e non voglio dare ai Radicali la patente della purezza e della verginità assoluta.
Ma Pannella, Capezzone, Bonino, Cappato e gli altri sono, anche per me, i poeti della politica.
La fanno con amore, anzi fanno l'amore con la politica. Parlano d'idee, di temi, ma scendono concretamente sul significato della vita-non vita, della morte in vita, e si fanno accompagnare da cinquanta premi Nobel come nessuno mai.

Adesso la Rosa nel Pugno scalda i muscoli. Approverà il programma del centro-sinistra, è alleata di Rifondazione e questo è un vero peccato.
Ma a modo suo, e l'ultima news è quella che potrebbe sembrare una campagna acquisti presso i Ds. E invece non è una campagna acquisti. E' la solita scelta tra chi fa politica per le cose becere e chi fa l'amore con la politica.
E così, il deputato operaio Salvatore Buglio, dopo 10 anni di Camera nei Ds, si candida con la Rosa nel Pugno. Stessa cosa per Lanfranco Turci, "ras" modenese delle cooperative quando le cooperative (a modo loro) funzionavano: Fassino gli aveva promesso un posto da sottosegretario ma lui, in piena crisi del mondo della cooperazione, risponde che a quel mondo serve un deputato, non un sottosegretario.
Maurizio Mian è l'ennesimo della serie: ex presidente del Pisa Calcio, gestore del patrimonio del cane Gunther, azionista de "L'Unità", anche lui con Pannella e Boselli.
Stessa cosa per Biagio De Giovanni, professore di dottrine politiche a Napoli e, anche se ancora non è certo, per Franco Grillini, potentissimo esponente Arcigay, una sola legislatura alle spalle (quindi niente turn-over per lui), attivissimo in Parlamento (tra i più presenti), relegato a Milano nel "listone unitario", prima al 14mo poi all'11mo posto, quando il listone ne eleggerà dodici se va bene.
Per ora risponde "no comment" ma è chiaro che si sente defraudato. L'avevano coccolato nel 2001, collegio sicuro, per prendere i voti dei gay, adesso lo emarginano. Per le quote rosa? Magari! Una sola è donna, prima di lui, in lista: la compagna Barbara Pollastrini. A leggere gli altri, sembra di andare a Porta a Porta: Prodi, Fassino, Letta, Visco, Duilio, Monaco, Quartiani eccetera.

Un momento... e dall'altra parte? I Radicali non si erano scissi?
Si erano scissi, sì. Benedetto Della Vedova, il grande economista liberale, aveva scelto di stare col centro-destra. E infatti: alle comunali di Milano fa l'alleanza con Pli e Pri per un raggruppamento che non si sa ancora se presenterà una propria lista; alle politiche sceglie direttamente di dialogare con Forza Italia. Probabilmente avrà due o tre seggi.
Ha certamente buone ragioni Mauro Mellini, ex radicale, a dire che l'alleanza di Pannella con il centro-sinistra è un tradimento di alcuni valori fondativi e storici dei Radicali, ma per il momento non c'è confronto.
Non per colpa del leader Della Vedova, i Riformatori Liberali stanno scadendo nella politica becera e ingiusta, si dimenticano di essere stati anche loro i "poeti della politica" e non si accorgono che, tra qualche mese, rischieranno di diventare l'ennesima corrente di Forza-Italia-partito-senza-correnti.
Non parlano alla gente ma s'alleano con chi il Pli l'ha ucciso (avendolo trascinato nella partitocrazia). S'alleano con gli eredi della Prima Repubblica partitocratica e bollano come "inesistente" la Destra Liberale, che invece è il partito che ha portato questo Paese all'unità.

Torneranno ad avere stile. Intanto, la Rosa nel Pugno prosegue la sua battaglia di visibilità e autonomia, e per ora vince.
Pannella si è alleato con l'Unione, e con Rifondazione. E' vero: e non è facile accettarlo. Ma sappiamo perfettamente che i Radicali non sono persone che si lasciano ingabbiare. Sono i poeti della politica. Non hanno smesso d'esserlo e gli apprezzamenti pre-elettorali che stanno mietendo ne sono la prova.
Si troveranno molto male al governo con Bertinotti, ma non ne faranno nemmeno mistero per il "quieto vivere".
Non resta che augurare alla Rosa nel Pugno, finalmente, il successo che merita.




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18 febbraio 2006

Tutto il governo contro Calderoli

Dal ministro Roberto Calderoli dovevamo aspettarcelo. L'altro giorno ha indossato una t-shirt con la fatidica vignetta del kamikaze che, giunto in Paradiso, si sente dire che le vergini son finite.
La reazione in Libia è stata violentissima: manifestazioni contro il consolato italiano a Bengasi che sono sfociate in undici morti e più di venti feriti.
Strano modo di reagire in verità.
A me pare una sorta di gioco delle parti condotto unilateralmente. Spiego: quando, mesi fa, il presidente iraniano aveva incominciato la sua battaglia verbale contro lo Stato d'Israele, ci ritrovammo - a Milano, a Roma, in altre città - a manifestare la nostra disapprovazione sotto le sedi diplomatiche iraniane.
Le nostre proteste sono state assolutamente pacifiche, senza nemmeno i cortei a Milano, dove la prestigiosa sede di Piazza Diaz si presta piuttosto a un presidio fisso.
Nessuna violenza, nemmeno verbale, nei confronti dell'islam: a manifestare era gente comune. E se a Roma si sono viste bandiere di partito, a Milano nemmeno quelle.
Eppure, in Iran ci si scandalizzò perché protestavamo.

Quando loro si sentono invece in diritto di protestare, lo fanno in questo modo violento: assaltando le ambasciate e morendo, mentre per ora le forze dell'ordine dei paesi islamici si sognano dal prendere le parti dei manifestanti.

Ma c'è un altro fatto. Contro chi protestavano? Contro il governo italiano?
Non può essere: Silvio Berlusconi, capo del governo italiano, aveva chiesto immediatamente a Calderoli di dimettersi. Gianfranco Fini, ministro degli esteri, aveva invitato Calderoli a tenere un comportamento "serio e responsabile", e adesso chiede dimissioni immediate.
Insomma, il governo italiano ha una linea opposta a quella del suo ministro che indossa la vignetta.
E allora, con chi ce l'hanno?




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16 febbraio 2006

L'Unione dei poteri

«La fila dei banchieri per votare Prodi alle primarie non me la sono mica inventata io, e quella è la misura della natura sociale del centro dell’Unione».

Marco Ferrando (trozkysta del Prc), nella bufera dopo la decisione di Bertinotti di escluderlo dalle liste, in una 
intervista a "La Stampa" di oggi.
Non ha torto: la fila dei banchieri, ma anche dei grandi imprenditori, alle primarie l'abbiamo vista tutti. Sono usciti allo scoperto: sostengono Prodi, voteranno per la Margherita.
La strategia di farsi vedere pubblicamente, così in massa, è certo segno di sicurezza per quanto riguarda il risultato finale; ma soprattutto denota una premessa-promessa, quella che con l'Unione al governo gli interessi di queste persone non subiranno conseguenze negative.

I grandi poteri stanno con l'Unione, e le parole di Ferrando sono la prova del nove.
In quanto a noi, ci spaventano più i grandi (e numerosi poteri) rispetto ai (pochi) trozkysti e no-global.




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11 febbraio 2006

Gli strateghi dello 0,6%

Ieri a Milano c'è stata la presentazione della lista "Liberali, Repubblicani, Riformatori Liberali".
Alla presentazione hanno partecipato Morandi (PLI, senza cariche interne), De Angelis (PRI, segretario cittadino), Della Vedova (RL, segretario nazionale) e Letizia Moratti.
E' stata una breve passerella di "battesimo". Abbastanza interessante l'indagine socio-politica sull'elettorato di area laica, anche se i risultati ci paiono troppo ottimistici (il 2% dei milanesi dichiara che potrebbe votare la lista).
Poco interessanti sono stati invece gli spunti dei quattro relatori, candidato sindaco compreso.
E poi c'era il programma: 29 pagine di idee per il futuro della città.
Sul programma, l'eleganza ci imporrebbe di tacere, ma non resistiamo e riveleremo che il documento è stato per metà scritto dai Liberali per l'Italia su un nostro impianto.
Poi, di mano in mano, vi sono state corpose aggiunte (la bozza iniziale non pretendeva l'esaustività).
Un lavoro politico iniziato quasi un anno fa, con LPI completamente all'oscuro di tutto e tagliata fuori nonostante abbia quasi la metà delle tessere del PLI milanese, e il 30% circa di quelle lombarde, è quindi terminato con un programma il cui impianto è stato dato da LPI.

Guardare dall'alto in basso questi grandi strateghi dello 0,6% (*) è per noi, da adesso, un vero onore.

(*) risultato della lista del "Polo Laico" alle regionali lombarde del 2005.




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10 febbraio 2006

Vignette anti-Maometto pubblicate in Egitto

Le incriminate e contestate vignette che offenderebbero Maometto stanno scatenando la "rivolta" antioccidentale nei Paesi islamici. Come si sa, si assiste a scontri, violenze, assalti alle sedi diplomatiche e anche a qualche omicidio.
In questi mesi le vignette in questione sono "girate" su alcuni quotidiani scandinavi. L'ex direttore del settimanale conservatore "Spectator" ha scritto di non averle volute pubblicare non tanto per il comunque ovvio rispetto alle religioni, ma per paura.
E la paura è probabilmente una chiave per interpretare le scelte di suoi colleghi, che non hanno ritenuto il caso di pubblicarle.

Grazie a un giornalista del "Time", però, ora si viene a sapere che lo scorso ottobre le vignette sono state pubblicate in Egitto.
Senza che nessuno avesse da ridire.




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3 febbraio 2006

Liberali allo sbaraglio

E' appurato che i liberali non riescano a trovare un'intesa degna di questo nome.
E' forse a causa dell'individualismo metodologico e caratteriale, o forse più che altro a causa delle più basse macchinazioni da prima repubblica, o forse ancora una commistione di ragioni inesplicabili.
Fatto sta che i liberali (quelli che si autodefiniscono tali e non stanno né a sinistra né in Forza Italia) sono oggi, decisamente e deludentemente, allo sbaraglio.

A livello nazionaleliberali di RL e i liberali del PLI sono separati, anzi non hanno mai cercato una intesa "seria". I primi scrivono che stanno cercando un accordo diretto con Berlusconi per potersi inserire nelle liste di Forza Italia, e si capisce. Due infatti sarebbero le difficoltà se i "salmoni" si presentassero da soli: la raccolta di firme e lo sbarramento al 2%.
I secondi hanno inseguito senza successo un apparentamento con la neonata unione dei socialisti di De Michelis e della democrazia cristiana di Rotondi. Senza successo perché, proprio mentre si svolgeva il consiglio nazionale del Pli che avrebbe dovuto decidere in tal senso, Rotondi e De Michelis presentavano ufficialmente alla stampa la loro creatura!
Non contento della magra figura, De Luca, spinto da Berlusconi, starebbe ora contrattando alcuni posti nella lista social-democristiana e, soprattutto, starebbe cercando di aggiudicarsi almeno uno dei sette seggi sicuri al senato, promessi da Berlusconi alla lista medesima.
Frattanto è scaricabile dal sito internet il pdf della raccolta firme, della serie "non si sa mai". Avvertiamo fin d'ora che tale pdf potrebbe essere, a meno di un'interpretazione diversa della legge, completamente illegale, non avendo né la lista da firmare né tantomeno il logo del partito.

A livello milanese le cose sono diverse. Anzi, opposte. Qui, la presenza di una folta rappresentanza dei Liberali per l'Italia nel direttivo lombardo del PLI ha fatto perdere la bussola al segretario regionale, Luigi Paganelli, che ha marciato a vele spiegate verso il "faccio tutto io", fino alla conclusione della vicenda: una lista comune di PLI, PRI e RL che verrà presentata al Circolo della Stampa il 10 febbraio. Naturalmente facendo in modo che la delegazione di LPI non avesse voce in capitolo.
Dal simbolo è sparita l'edera, ma in compenso c'è un bel salmone tricolore.
E c'è la stilizzazione del Duomo di Milano, cioè l'idea di una città monocentrica, proprio quando la città invece si muove verso l'esterno (si veda la nuova fiera a Rho).
Il tentativo della "lista laica", alle elezioni regionali del 2005, aveva portato allo 0,6%. Più sbaraglio di così...




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3 febbraio 2006

Decreto milleproroghe: la sinistra non vota ma incasserà

"L'ultima spartizione", l'hanno chiamata quelli de L'Unità. E c'è del vero. Il maxiemendamento sulle proroghe (di qualunque tipo) appena approvato in Senato, con il voto di fiducia, pur essendo stato tagliato rispetto alla formulazione originale, contiene comunque centinaia di provvedimenti di proroga di vario genere.
E' stata anche sfiorata la crisi di governo perché Mario Baccini, ministro Udc, ha minacciato le dimissioni dopo il taglio dei provvedimenti a favore delle pubbliche amministrazioni. L'artefice del taglio è stato Tremonti, che non gradiva affatto la presenza di norme non coperte in bilancio.
Tra gli stralci, la norma che avrebbe consentito nuove assunzioni all'antitrust, ma anche il riconoscimento ufficiale delle guardie giurate (voluto dalla Lega) e le modifiche alla legge sul risparmio.

Ciò che invece è rimasto è la catena di norme a favore dei partiti. Per esempio, verrà "comunque effettuato" il rimborso delle spese elettorali. L'attuale disciplina prevede invece che non lo si effettui in caso di elezioni anticipate.
I partiti potranno anche utilizzare questo rimborso spese (che, a rigor di norma, andrebbe ai deputati e non ai partiti!) come garanzia verso i creditori: questi ultimi, per contro, e in assoluta deroga alla disciplina sulle associazioni non riconosciute, non potranno chiedere la restituzione dei debiti direttamente ai tesorieri in caso d'insolvenza (a meno che non venga provato il dolo o la colpa grave del tesoriere).
Infine, sale da 5mila a ben 50mila euro il tetto per effettuare donazioni ai partiti senza obbligo della dichiarazione congiunta donante-ricevente (senza obbligo, cioè, di rendere pubblica la donazione).

Il centrosinistra non ha votato ma, come si vede, avrà comunque modo di passare alla cassa.

(Cade anche il divieto di allevare animali da pelliccia: ma di questo non se ne accorgerà, purtroppo, quasi nessuno).




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