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idee e riflessioni


Zona rossa


12 gennaio 2006

Cooperative: le patologie della zona rossa

Prima della direzione nazionale di oggi, D'Alema s'era fatto sfuggire che forse i magistrati avrebbero trovato telefonate tra lui e Consorte (ex presidente Unipol).
Tutti lo avevano interpretato come un modo per mettere avanti le mani. Ma non ce n'era bisogno: la direzione nazionale dei Ds, lungi dal criticare la condotta di D'Alema e Fassino sulla scalata di Unipol alla Bnl, ha deciso di coprirsi gli occhi col fango e di tirar dritto.
"
Non esiste alcuna questione morale che ci riguardi", è l'autodifesa dei Ds che ammettono soltanto "errori" da spiegare all'elettorato.
Già: la base. La famosa e mitica base comunista. Quella dei circoli operai, quella delle sezioni di periferia. Quella che ha visto disgregarsi il mito del Pci, muro dopo muro: da quello di Berlino a quello delle Botteghe Oscure.
"un partito sano, di gente perbene che può anche sbagliare ma è sempre alla ricerca di coerenza e di rigore morale". Così continua la (per noi) sconcertante autodifesa di un partito legato a doppio filo alle cooperative, tanto che in certe zone d'Italia i loro amministratori contavano, per i giochi politici, più degli stessi dirigenti di partito. 
Un partito che non cerca soltanto rigore morale ma anche soldi (in nero). Lo dimostra
l'intervista al Giornale rilasciata da Nino Tagliavini, reggiano, per un breve periodo negli anni '90 amministratore di Unieco, grande cooperativa edilizia. Tagliavini avrebbe depositato più di 300 milioni di lire, in due tranches, direttamente al tesoriere di Via delle Botteghe Oscure, in seguito a un appello di Massimo D'Alema in persona.
Tagliavini fa di più: descrive il ferreo schema di divisione degli appalti tra imprese private e cooperative, ammette di avere versato tangenti anche a Dc e Psi. Uno spaccato della zona rossa che tutti conoscono, soprattutto se nella zona rossa vivono, ma che nessun magistrato ha finora portato alla ribalta nazionale.
Un garantista potrebbe anche fermarsi qui e aspettare, tacendo, i processi; un garantista che annusa, ascolta, percepisce, non si ferma necessariamente, non riesce ad aspettare ascoltando proclami di beata innocenza nemmeno fossimo alle prese con pargoli senza peccato.

La coerenza. Se c'è coerenza è quella
patologica. Lo spiega Pier Ferdinando Casini, bolognese, che dunque evidentemente se ne intende.
L'intervento del presidente della Camera ha il merito di ricordare che la Casa delle Libertà, nel corso di questa legislatura, ha messo mano alla struttura stessa delle cooperative, operando un'importante differenziazione: prima le cooperative erano tutte risparmiate dai salassi che lo Stato italiano, ahinoi, commina alle imprese; ora, soltanto le cooperative "a prevalente attività mutualistica" sono esentate da molte tasse e da molti balzelli. Non aveva senso che la Coop non fosse equiparata in tutto e per tutto all'Esselunga, e difatti nessuno si è lamentato: la riforma premia le cooperative, diciamo, di piccole dimensioni, che realmente svolgono la funzione sociale originaria, e non punisce, ma semplicemente giudica come imprese, quelle cooperative che, appunto, da imprese agiscono.

Una patologia. Come
la storia del comunista miliardario, al secolo Ivano Sacchetti, reggiano di provincia, tessera Pci, poi Pds, poi Ds, cresciuto in una famiglia di mezzadri, entrato in Unipol a 20 anni come perito liquidatore, uscitone a 62 da amministratore delegato dimissionario con un reddito di 1,5 milioni di euro annui, una liquidazione di 2,5 milioni di euro e, soprattutto, conti in banche del Principato di Monaco per decine di milioni di euro fatti rientrare con lo scudo fiscale berlusconiano, di cui adesso dovrà spiegare la provenienza.
Il quotidiano online "EmiliaNet", certo non tenero con la sinistra emiliana, ora gli augura una dorata pensione, "magari nel ranch del figlio Marco", sta scritto.
Niente male. Sembra quasi una storia americana: di quell'America che dà una possibilità di successo a tutti. Oltreoceano però li trattano peggio, quando si fiuta che abbiano sbagliato.
Sacchetti e Consorte possono vantare una cosa: di aver fatto di Unipol il terzo gruppo assicurativo italiano, in pochi anni. Ed è un successo notevole, da grandi manager.
Niente di male, in fondo, se con lo stipendio uno (Sacchetti) si fa il ranch, l'altro (D'Alema) la barca. Niente di male.
Da osservatori della politica ci chiediamo solo una cosa: quanti voti siano stati traghettati nel Pci-Pds-Ds (scusate la Triplice, ma questa è tutta gente che nel Pci ha iniziato) grazie alla "cooperazione" tra cooperative e, appunto, politica.
Forse Romano Prodi, che nella città del Tricolore abitò proprio sopra una federazione del Pci e che in quella città, nel 1963, divenne consigliere comunale della Democrazia Cristiana, qualcosa potrebbe cavarla, dall'album dei ricordi. Ma dubitiamo che lo farà in un momento come questo. E' vero che il suo partito (la Margherita) ha innescato una guerra fortissima proprio contro i Ds in vista della vittoria elettorale, è vero che questa guerra potrebbe sembrare ancora più acuta oggi: i Ds con le cooperative, la Margherita con confindustria.
Ma è anche vero che prima di tutto bisogna fare quadrato contro le altrui demonizzazioni. Il meccanismo vuole questo. E allora prepariamoci a tanti discorsi sui conflitti d'interesse. I Ds intanto hanno preso le distanze da Consorte e Sacchetti (che, comunque, avranno altro da fare nei prossimi mesi e non avranno tempo di accorciarle, quelle distanze).
Il cerchio si chiude: i Ds non si pongono alcuna questione morale, loro sono puliti. Possono ancora sentirsi i più puliti di tutti. In nome di Berlinguer, magari.
E a Reggio continueranno ad avere quasi il 50% dei voti: perché i nodi antichi non li sleghi né riformando le cooperative né indagando sugli abusi o sugli insider trading.
I nodi antichi, per slegarli, devi agire sul fattore culturale. Ma anche quella delle cooperative è una cultura. Si chiama cultura della solidarietà, contrapposta all'homo homini lupus del mercato. E la solidarietà non si può buttare alle ortiche.
La si preservi pure. Per carità.
Purché si preservino anche i ranch, naturalmente.




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25 ottobre 2005

Cofferati, l'ultimo uomo del PCI

Respublica scrive bene: l'uomo che portò in piazza un fiume di gente contro l'art. 18 ora rinnega la piazza e fa chiamare la polizia.
Sergio Cofferati, sindaco di Bologna, procede con gli sgomberi delle case occupate e la reazione dell'estrema sinistra è pesante: centinaia di studenti in piazza, caricati dalla polizia, ma soprattutto la minaccia di Prc e Verdi di uscire dalla giunta.
Stamattina però riceve una delegazione di studenti, forse rendendosi conto che la sua mossa, a sinistra, è stata piuttosto impopolare, ma alla fine del colloquio li liquida con una battuta ("mai visti tanti fuori corso") che forse farà discutere.

"La legalità è una condizione per affermare la solidarietà", ha dichiarato l'ex Cinese (ora ribattezzato Cileno dal "Manifesto"), che evidentemente sente su di sé la responsabilità del buon amministratore locale.
Va da sé che Rifondazione e Verdi abbraccino un altro modo di vedere il problema e stiano più attenti a difendere la sostanza dei "diritti" degli illegali e, solo in second'ordine, la forma delle leggi. Un caso tipico si è avuto a Milano qualche mese fa, con la giunta provinciale sotto lo scacco di Rifondazione per gli aiuti ai Rom.

Nella diaspora comunista il partito più simile al vecchio Pci è certamente il PdCI di Armando Cossutta. Non è un caso che proprio Cossutta sia sceso in campo per difendere l'operato di Cofferati: "Ho grande fiducia in Sergio Cofferati, nella sua coerenza e nella sua capacità politica di risolverei problemi. Alla fine riuscirà a sistemare le cose", ha dichiarato il segretario dei Comunisti Italiani.
E infatti pare che dentro la giunta gli animi si siano già calmati. Sullo sfondo c'è però, con tutta evidenza, una diversa interpretazione del governo di una realtà.
La vicinanza tra Cossutta e Cofferati è proprio la chiave del discorso. Il sindaco di Bologna non ha, a nostro parere, mostrato un insolito pugno di ferro, ma si è semplicemente attenuto ai sistemi dei "vecchi comunisti", anche nelle zone rosse del nostro Paese, che alla legalità sono sempre stati molto attenti, più di quanto oggi si sia portati a pensare.




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17 maggio 2005

Modena: i conti (elettorali) tornano

Qual è il modo migliore per inaugurare una rubrica sull'Italia rossa (e "socialista")?
Semplice: una tabellina sulle elezioni a Modena con tanti numerini, di provenienza anarchica, dove l'Ulivo è dipinto come inquinatore, cementificatore, devastatore del territorio.
Come inizio non c'è male.




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