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idee e riflessioni


Specchio


2 febbraio 2007

Coca

Il consumo "spaventoso" di cocaina spaventa Amato, ministro degli Interni, che non sa come fare per evitare che nella sola Napoli venga sequestrata una tonnellata di coca in un anno.
In effetti nel mondo occidentale pippano tutti. Al bar, in ufficio, in Parlamento, in discoteca, in auto col travestito, in auto senza il travestito, pure nei cessi dell'università prima di certi esami.

La coca sostituisce tutte le droghe legali che ti assicurano un po' di divertimento, dall'alcool al viagra, ti fa sentire potente. Probabile e da indagare se la droga sia un antidoto della società stessa.
Discorso difficile. E' però una realtà che negli anni '80, quelli del mini-boom, la facesse da padrona l'eroina, la droga dei maudites, di quelli che al benessere ostentato rispondevano 'fanculo, e preferivano le canzoni dei Cure a quelle dei Duran Duran, la ricerca di un po' di profondità rispetto ai gridolini pagati con sonori biglietti da un deca.

Adesso che i sistemi economico-sociali dell'Occidente stanno a malapena a galla, è la cocaina la droga più diffusa. Una droga che ti fa sentire forte, sicuro, saldo. Che ti fa credere di poter fare qualunque cosa. Sì, un antidoto.

Amato forse era sincero nel suo disappunto. Sperava che un appello apparentemente dettato da impotenza ("dovete esser voi a smettere, non più noi a controllare") facesse effetto sui nasi dei pippaioli di turno. Ma ho il sospetto che non sia servito.
Il segreto sta invece nel riconoscere che esistono dei limiti, nella vita, e che volerli superare senza le proprie forze significa auto-ingannarsi.
Ma finisce per essere un discorso educativo e anche un po' moralista.




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25 maggio 2006

A Torino le liste proliferano

Io credevo che a Milano avessimo dato il meglio (del peggio), ma credo che a Torino ci abbiano "battuti" alla grande.
Stamattina cercavo notizie di "Mucchio Selvaggio", la lista che in teoria doveva essere appoggiata dall'UpL, e mi sono imbattuto nell'elenco ufficiale delle liste.
Mucchio Selvaggio non c'è, ma le liste sono 37, cioè tre in più che a Milano.

Ve le elenco, suddivise per candidato sindaco così la lettura è più agevole.

Sergio Chiamparino:
L'Ulivo, Repubblicani Europei, Verdi, Socialisti Riformisti, Rifondazione, Udeur, Moderati, Comunisti Italiani, Rosa nel Pugno, Italia dei Valori.

Rocco Buttiglione:
Forza Italia, Nuovo Psi, Udc, Dc, Lega Nord, An, Sì Tav, Unione Pensionati.

Ezio Susella:
Stella e Corona.

Carlo Gariglio:
Movimento Censurato e Libertà (chiaro riferimento a "Fascismo e Libertà", ndr).

Paola Balestra:
Partito Umanista.

Nicola Cassano:
La tua Torino.

Lorenzo Varaldo:
No U.E.

Denis Martucci:
Fiamma Tricolore, No Euro, Lista Franco Buttiglione, Pensionati e Invalidi, Immigrati basta, Forza Toro.

Alessandro Lupi:
Sì ad un futuro senza caccia, Noi Meridionali, Lista delle donne per le quote rosa, Veri ambientalisti, Lista granata per il Filadelfia, Torino 2006, Uniti per il Centrosinistra, Uniti per la pace.

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Le considerazioni? Lupi presenta otto liste, il che significa più di ottomila firme raccolte e autenticate in pochi mesi. Da chi le ha prese? Riuscirà a ottenere altrettanti voti?

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21 gennaio 2006

Schiave nord-coreane al servizio di imprese italiane all'Est

Finché le imprese italiane delocalizzavano all'Est, assumendo lavoratori liberi, nessuno ovviamente si scandalizzava.
Ma questa storia è diversa. Qui si parla di un'azienda che nei suoi stabilimenti in Repubblica Ceca utilizza operaie nordcoreane. Le quali (a prescindere dal permesso di soggiorno e dal contratto di lavoro) non sembrano esattamente libere.

La storia ha avuto gli onori del "Los Angeles Times" ma in Italia non ne ha parlato nessuno. Noi l'abbiamo trovata su un blog che parla di Praga e l'abbiamo ripresa in un articolo per il sito dei Liberali per l'Italia.




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19 gennaio 2006

Yndie

A Londra si interrogano sugli Yndie, il nuovo gruppo sociale dai 20 ai 35 anni intento a passeggiare per la City con l'iPod pieno di mp3 indie-rock dal Nord Europa: attenti nello stile, leggono GQ ma ovviamente non sanno nulla di Zadie Smith (voi invece sì, perché vi dò questo link).

A Belfast, nello stesso momento, una donna di 93 anni viene violentemente rapinata in casa, ed è solo l'ultimo di numerosi casi dei giorni più recenti.




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17 gennaio 2006

A chi parla Papa Ratzinger

Quanti sono i cattolici in Italia? Nel rapporto Eurispes, ogni anno, troviamo anche questo dato.
A giudicare dal referendum sulla fecondazione assistita, potremmo supporre che i cattolici italiani siano tantissimi e seguano pedissequamente l'evangelio del pontefice.
Non è proprio così.

Si dichiara cattolico l'87,8% del campione intervistato.
Si dichiara cattolico praticante circa il 29%.
E già qui dovremmo notare una ipocrisia di fondo. Come fa un cattolico a non praticare? Non è forse vero che costituisce grave peccato il non partecipare alla Messa domenicale?

Lasciamo questo dubbio a chi deve farsene un problema e proseguiamo.

Si sa che i divorziati e i risposati non possono ricevere l'Eucarestia. Ma il 77,8% dei cattolici non condivide tale divieto.
Si sa che l'uomo politico che partecipi all'approvazione di una legge "non conforme" alla Legge di Dio non può ricevere l'Eucarestia. Ma il 66% dei cattolici non condivide tale divieto.
Si sa che i Pacs sono fortemente avversati dalle gerarchie vaticane perché distruggerebbero la famiglia. Ma il 68% dei cattolici si dichiara a favore dell'introduzione dei Pacs.
Si sa che il buon cattolico dovrebbe essere contro la convivenza e a favore del matrimonio. Ma solo il 26,8% dei cattolici (contro il 55,8% dei non cattolici) ritiene che la convivenza sia un modo per "non assumersi le proprie responsabilità".




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30 novembre 2005

Comunicazione: Fiera della Politica

Una segnalazione, soprattutto per chi abita vicino a Milano.
Questo weekend (3-4 dicembre) al Parco Esposizioni Novegro si tiene la "Prima Fiera della Politica".
Non fatevi ingannare dal nome: in realtà si tratta di un evento culturale e divulgativo, con la partecipazione dei soggetti che fanno politica (i partiti, ovviamente).

Per la precisione, il punto centrale dell'esposizione sarà una mostra sulla prima repubblica: un centinaio di fotografie, e in aggiunta documenti e filmati.
Vi saranno poi dibattiti storici, politici e culturali.
Vi sarà, infine, uno spazio per tutti quei soggetti (partiti, sindacati, università) che hanno inteso aderire all'iniziativa.

Il Parco si raggiunge velocemente dal centro di Milano perché è situato a ridosso dell'Aeroporto di Linate. L'ingresso è gratuito e l'orario, per entrambe le giornate, è continuato dalle 10 alle 19.

Maggiori dettagli li trovate sul sito ufficiale.




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19 novembre 2005

Armonizzare la pluralità, non già comprimerla o schiacciarla

Al congresso regionale lombardo del PLI, svoltosi stamattina, mi ha fatto un certo effetto ascoltare un non più giovane iscritto affermare che i liberali sono tali se non hanno dogmi. Egli ha concluso il suo intervento (strappando applausi non isolati) dicendosi d'accordo col Cardinale Ruini quando afferma che il Concordato non va modificato: "andrebbe abrogato", ha detto.

Noi umilmente abbiamo dato un consiglio, giorni fa, ai cattolici su questo tema. Lo riassumiamo: state bene attenti a coloro che oggi cercano, da posizioni laiche, un'alleanza con voi. Il vostro più grande amico, tra i politici italiani, in privato non era proprio così tenero, e in pubblico contribuì (pur con tutti i "distinguo" che volete) allo sterminio degli ebrei.

Tornato comunque a casa dal congresso, vado a sfogliare (ne sono un attento lettore) il sito di Rino Camilleri, alla voce "antidoti" ricordavo infatti una nota che ora va a fagiolo. Vi ricordate l'intervento di Marcello Pera al Meeting di Rimini?
Rileggiamo.

«Pera, come Ferrara, Fallaci e qualche altro, è un laico non laicista. Con questi laici davvero illuminati i cattolici non "progressisti" possono bene allearsi. Accadde qualcosa del genere con (SIC! Manca l'articolo) famoso Patto Gentiloni del 1913, incoraggiato da s. Pio X: i voti dei cattolici andarono a quei liberali che offrivano loro rispetto e serie garanzie; questi ultimi se ne servirono contro l'avversario comune, che a quel tempo erano i socialisti. Un'alleanza strategica e tattica non è affatto una commistione tipo "cattolicesimo liberale", né un'offrire (SIC! Non va l'apostrofo) la religione come instrumentum regni. L'unica cosa in comune è la difesa della democrazia non relativista basata sull'ordine naturale e cristiano.

Essa, per esempio, è contraria al cosiddetto multiculturalismo, che produce solo ghetti, tribalismo e rabbia da "seconda e terza generazione". Gli Usa, nella storia, hanno trasformato ogni etnia immigrata in "americani" tout court. Se si cercano modelli di integrazione, eccone uno. Certo, non è perfetto, ma non se ne conoscono di migliori.».


Ci sono degli errori, purtroppo. Il primo è che la Fallaci è "laica non laicista". La Fallaci è una battitrice libera, è diverso. Il secondo errore è confrontare l'alleanza che qui si propone con il Patto Gentiloni, che fu un semplice patto elettorale con cui Giolitti usò i cattolici per arginare il voto socialista che, dal suffragio universale, sarebbe certamente aumentato. Altro che difesa dell'ordine "naturale e cristiano". Giolitti non fu sempre così gentile con i cattolici.
Il terzo errore è pensare che la democrazia non relativista sia la sola avversaria al multiculturalismo: oggi tutti sono avversari di esso.
Il quarto errore è elogiare il sistema statunitense. Intendiamoci, lo si può elogiare in libertà, ma bisogna conoscerlo ed essere coerenti: e il sistema statunitense è esattamente quello multiculturale! Gli immigrati divenivano "americani" (meglio: statunitensi) solo nella forma, ma venivano razzisticamente emarginati e, all'interno dei loro ghetti (ma come, Camilleri! Ignorate che New York è piena di ghetti?), vigevano le leggi non dello Stato ma dell'etnia. Multiculturalismo, appunto.
E poi, c'è un errore di fondo: non si definisce mai questa benedetta "democrazia non relativista".
Forse perché bisognerebbe stravolgere la famosa definizione di democrazia secondo Dahl, oggi universalmente accettata.

Ma qui preferiremmo scomodare Walzer, filosofo radical statunitense, che dà del liberalismo una visione molto simile a come esso vuole autodefinirsi. Leggiamo questa visione attraverso le parole di Nicola Matteucci (grassetti miei).

Michael Walzer (1983), vedendo nella storia del liberalismo l’esplicitazione dell’arte della separazione, ha tracciato in difesa del pluralismo e dell’eguaglianza il quadro di un vero pluralismo istituzionale, che si basa sulla conquista - nel corso della storia - di alcune grandi distinzioni fra Stato e Chiesa, fra comunità politica e società civile, fra potere e università, fra vita pubblica e vita privata: distinzioni necessarie per delimitare con delle vere e proprie "mura" i diversi ambiti della vita sociale, ciascuno dei quali deve godere della sua autonomia, perché proprio questi ambiti sono i luoghi concreti della libertà dell’individuo. Queste mura dividerebbero i cittadini, se non esistesse, sovrano nel suo ambito, uno spazio comune a tutti, lo spazio della "politica", che pure bisogna difendere dalla intromissione da parte delle altre sfere istituzionali: in questo spazio deve agire l’intero corpo dei cittadini in vista dell’interesse generale. La politica liberale resta, così, ancora un’arte architettonica, che deve però soltanto armonizzare la ricca pluralità della nostra vita sociale e non già comprimerla e schiacciarla.

Ecco, non c'è storia. Questa, esattamente questa, è la democrazia liberale per la quale lottiamo noi altri.




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17 novembre 2005

Piazze e cortei

Quelli del Cantiere l'altro ieri gridavano contro le Autorità: per il corteo di stamane gli avevano vietato il concentramento in Largo Cairoli. "Torna la zona rossa a Milano, ne vedrete delle belle", protestavano. Dovrebbero invece calmarsi, non dico non occupare e non manifestare, ma calmarsi sì.
Al momento in cui scriviamo, i cortei (quello autorizzato verso la Stazione Centrale e quello alternativo verso Piazza Fontana) sono regolarmente partiti senza alcun incidente. Di bello s'è dunque visto presumibilmente il rosso e l'arcobaleno delle bandiere comuniste e pacifiste.
Tanto strepitio per una piazza; eppure, u na piazza o l'altra dovrebbe essere uguale. Per di più, Milano non è quella degli anni '70, allorché il centro era spartito in due: i fasci in San Babila, l'autonomia a Cairoli (appunto). Le piazze sono simboliche, e va bene. Ma quale simbolo volete intravvedere nel divieto, per una volta, a usarne una?

Ci sono tante buone ragioni per non concentrarsi in Largo Cairoli. Innanzitutto (anche se sembrerà una stupidaggine) la mostra fotografica all'aperto e i conseguenti turisti. Ma soprattutto il fatto che solo lì possono transitare i tram deviati dalla zona intorno al Duomo in attesa del corteo.
Forse quelli del Cantiere, che stanno coordinando le iniziative di autogestione e occupazione delle scuole, se mi leggessero si metterebbero a ridere: loro parlano di cose nobili, come l'abuso degli stages, protesta su cui tra l'altro sono assolutamente d'accordo, e io gli rispondo blaterando di tram? Bene: se per caso stanno ridacchiando, voglio ricordar loro del grande, spontaneo concentramento il giorno dopo l'assassinio del magistrato Giovanni Falcone. Era il 1992, anno torbido per l'Italia. Le manette stavano cominciando a far la rivoluzione politica a Milano, la mafia siciliana s'agitava e teatralmente fece saltare in aria un ponte. Come a dire: delle vostre scorte ce ne infischiamo, vi uccidiamo come e quando vogliamo noi.
Senza bisogno d'un passaparola, senza che nessun coordinamento diramasse alle cellule un ordine di servizio: erano sufficienti i titoli dei giornali, anche di quelli che il lunedì solitamente non si stampano, a spronarci a non andare né a scuola, né in università, né al lavoro.
In quell'occasione, con l'intera Milano mobilitata in sciopero generale spontaneo, se i lavoratori dell'ATM non avessero consentito a tutti noi di giungere in centro, se le linee di superficie non avessero funzionato correttamente, quel concentramento forse si sarebbe raggiunto lo stesso, ma solo perché era molto sentita la circostanza.

E poi, che cos'è questo accanimento per Largo Cairoli? Quello che dicono ("da dieci anni le nostre manifestazioni partono da lì") semplicemente non è così categoricamente vero. Nel 2002 gli Articolo 31, in "Milano Milano", rappavano: "Ma c'è chi tiene accesa la lotta: la manifestazione parte a Porta Venezia", ed era aver detto tutto: per qualche anno, infatti, tutti i cortei dell'autonomia partivano proprio da lì: dal confine a nord-est dei Bastioni. Dove peraltro non ci sono né tram verso il centro né mostre all'aperto, ma tanto spazio e, al limite, qualche casa di magistrati e d'intellettuali.
Non solo: i cortei più estremi preferivano concentrarsi in Porta Ticinese, al confine sud dei Bastioni, in zona Fiera di Senigallia per intenderci, tradizionale luogo di ritrovo della gioventù di sinistra milanese. Di Largo Cairoli, per qualche anno, nemmeno l'ombra.

Ma per finire, un consiglio. Se gli autonomi del 2005 vogliono la certezza matematica di potersi concentrare in una data piazza da loro scelta (che sia Largo Cairoli o Piazza Dergano poco importa), facciano come trent'anni fa i loro padri: un "summit" con le Autorità, in Questura o in Prefettura, il giorno prima.
All'epoca, funzionava.




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12 novembre 2005

Luci di libertà attraverso il Muro

Quando ho aperto questo blog ho deciso di chiamarlo "Hasta la libertad", cioè "Fino alla libertà", per parafrasare il fortunato slogan guevarista correggendo il sostantivo vittoria con il sostantivo libertà. Il motivo è evidente.
Pensando poi a una immagine emblematica da affiancare allo slogan, ho istintivamente ripescato alcune fotografie che avevo scattato all'East Side Gallery, quella sorta di museo a cielo aperto a Berlino, dove il Muro è stato riconservato per circa un chilometro a testimonianza di ciò che era prima dell'Ottantanove, quando i chilometri erano circa quarantacinque e isolavano Berlino Ovest dalla DDR.
Tra le varie foto di East Side Gallery ho pescato questo graffito che si vede in alto: una colomba, classico emblema di pace, tiene per la catena un prigioniero a cui non è permesso nemmeno di affacciarsi.

Tra le varie umiliazioni "accessorie" che si possono comminare a un prigioniero, credo che l'impossibilità di mostrare il volto sia una delle peggiori. Noi ci riconosciamo a vicenda dai tratti del volto. Quando non sei sicuro di conoscere o meno una persona, ti avvicini e cerchi di vederla "di fronte": le spalle, i capelli, perfino gli abiti possono appartenere a migliaia di persone diverse, è il volto che identifica qualcuno.
Non è un caso che lo scandalo talebano sia anzitutto legato al simbolo del volto femminile, interamente coperto: la mortificazione dell'individuo passa attraverso la mancanza della sua identificazione.

Sebbene di solito le dittature non abbiano mai utilizzato questa forma perversa, potremmo immaginare la società "senza classi" della DDR (uno dei più angusti regimi comunisti che il mondo abbia conosciuto) proprio con il grigio della Berlino Est di un tempo.
Chi ama la fotografia, e chi ne conosce un po' il linguaggio, sa che i grandi fotografi non sono più di tanto attratti dalla scala di grigi. Ad essa preferiscono di solito un bianco e nero molto contrastato, laddove la scelta non ricada direttamente sui colori.
I colori effettivamente rappresentano la realtà, altre scelte sono un compromesso. Ma se una anonima scala di grigi rende fredda l'immagine, il bianco e nero la riporta ai suoi connotati essenziali esaltando il soggetto principale, attraverso cui il fotografo parla al suo pubblico.

La società "senza classi" porta esattamente alla scala di grigi, nella quale le individualità non sono né apprezzate né, in alcuni casi, consentite: la spasmodica ricerca dell'uguaglianza sociale estremizza l'uguaglianza liberale dei diritti (civili e umani) e porta a rendere irriconoscibili gli individui: come se fossero prigionieri senza volto di un carcere, di un regime di non-libertà.
"Fino alla libertà", quindi, è esattamente il progetto politico e sociale di chiunque avversi la società in cui non ci si possa riconoscere e non ci si possa innalzare a individui liberi. Fino alla libertà, e si può ben dire che nella notte tra l'8 e il 9 novembre 1989 i berlinesi abbiano raggiunto questo progetto. E l'hanno raggiunto attraverso la grande festa collettiva di cui siamo testimoni per mezzo della diretta televisiva, delle fotografie e dei racconti: l'abbraccio fisico tra cittadini dell'est e dell'ovest, l'abbraccio morale di un'Europa già in trasformazione (latente) e unita più che mai sotto il segno della libertà.

Naturalmente quella notte di novembre del 1989 fu solo un punto di partenza. Per un viaggio faticoso e difficile. A sedici anni un primo bilancio è possibile. E purtroppo il bilancio non sembra essere dei più rosei: economicamente parlando, la capitale tedesca sta soffrendo. La disoccupazione è elevata, e lo era ancor prima che diventasse (recentissimamente) un problema di tutta la nazione.
Ma negli anni '90 i berlinesi hanno dimostrato quanta energia possiedono, e soprattutto che decenni di dittatura omologante (in scala di grigi) non aveva cancellato i latenti bianco e nero degli individui. Negli anni '90, aiutata certamente dall'unificazione tedesca, Berlino è rinata. Si è deciso di distruggere fisicamente i residui della DDR, per riagglomerare la città e dimenticare l'antica divisione: lo si è fatto non solo per adeguarsi ai canoni della nuova architettura, ma anche per un risvolto morale importantissimo. Soltanto cancellando le tracce della DDR si sarebbe potuto giungere a una grande Berlino di tutti e per tutti.
Così i vecchi quartieri del potere sono stati trasformati. Il Mitte, che era più di tutti il simbolo della scala di grigi, è diventato il quartiere più dinamico della città, con un brulicare di intraprendenza giovanile a tutti i livelli ma soprattutto in quell'ambito che le dittature di solito opprimono di più: la creatività, finalmente sprigionabile grazie alla libertà raggiunta. In concreto ciò ha significato ostelli e locali notturni ovunque, fino a far diventare Berlino una delle méte preferite per i giovani di tutt'Europa fin dai primi anni della ricostruzione - quando cioè visitare Berlino significava passeggiare tra un cantiere e l'altro.

Il buon vecchio Marx ci ha mostrato per primo che le sorti economiche sono cicliche. Oggi, come accennato, la capitale tedesca incontra segni di crisi. La disoccupazione è il problema che attanaglia principalmente la gente, non mancano nostalgici e il film "Goodbye Lenin", di qualche anno fa, ne è una dimostrazione lampante: attraverso la pietas per una persona anziana e malata che non può più nemmeno uscire di casa, i parenti cercano di ricostruire una parvenza di DDR. Il risultato sembra il classico proverbio ("si stava meglio quando si stava peggio"), ma soprattutto è una denuncia del nuovo mondo capitalista all'opposto del quale sta la società senza classi e la sua presunta fratellanza o umanità. Ovviamente è un falso. Le cronache riportano chiaramente che i tentativi di fuga furono dall'Est all'Ovest e non anche viceversa, del resto basta immaginare una città in scala di grigi per comprenderlo: vorreste voi vivere senza possibilità di identificarvi e identificare gli altri?

La ricorrenza del novembre 1989 è di grande significato per tutti coloro che aderiscono al progetto, politico e sociale, "fino alla libertà", stupisce ovviamente che a questa ricorrenza si mostrino distratti o assenti i partiti post-comunisti, che dovrebbero invece essere in prima linea, soprattutto quelli (come i nostrani Ds) che ne hanno tratto spunto per il cambio di nome, di strategia e di piattaforma.
Ma se non intendono partecipare, ce ne facciamo una ragione. Tutti coloro che hanno a cuore la libertà, si emozionano come quando si svegliarono la mattina del 9 novembre con la diretta degli abbracci, fisici e morali, della Berlino finalmente riunita. E come quando i tedeschi, festeggiando la riunificazione, si ritrovarono nella città liberata dalla scala di grigi cantando la celebre "Wind of change" degli Scorpions, hard rock band tedesca.




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2 novembre 2005

Trent'anni senza Pasolini

Trent'anni fa moriva ucciso Pier Paolo Pasolini: professore, scrittore, poeta, regista. E soprattutto intellettuale. Ortodosso nell'ideologia (continuò a votare per il Pci nonostante la sua espulsione, nel '57, per omosessualità), ben poco conformista quanto all'interpretazione dei cambiamenti della società.
Una delle sue poesie più note, "Il Pci ai giovani!!!", è perfetta per spiegare questa strana figura di intellettuale comunista. In un momento in cui gli estremismi rivoluzionari sembravano aver preso piede tra i giovani, Pasolini inveì contro la "guerra civile" tra manifestanti e forze dell'ordine: "Io simpatizzavo per i poliziotti", scrisse, "perché sono figli di poveri".

La sua morte è ancor oggi un mistero, sebbene la versione ufficiale parli di un incontro amoroso con un 17enne finito poi in tragedia. Era scomodo e nelle sue "Lettere luterane", raccolta postuma di articoli che scrisse nel corso del 1975, non era tenero con nessuno.
Al di là degli aspetti ideologici della figura di Pasolini, e al di là della complessità tematica e strutturale della sua opera artistica, in un aspetto egli forse fu inarrivabile: nella sua ricerca del popolo e delle sue passioni, dei suoi vizi, delle sue tradizioni e dei suoi cambiamenti.
Nel 1955 il capitolo forse più organico di questa ricerca: il "Canzoniere italiano", in cui antologizzò testi di poesie e canzoni popolari di tutta la Penisola.
Contrariamente a molti letterati che compiono una simile operazione, Pasolini era attento anche alle realtà (sub)urbane, anzi in un certo senso le privilegiava. La sua opera è piena di suggestioni legate alle città e alcuni dei più grandi suoi slanci lirici traggono proprio dalle atmosfere urbane ispirazione.
Come in questo passo, uno dei più belli, anche se forse non dei più noti, tratto da "Le ceneri di Gramsci":

... Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea
che al quartiere in penombra si rapprende.
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,
intorno, e, più lontano, lo riaccende
di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco
e assoluto...




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24 ottobre 2005

Brasile, Lula e il disarmo sconfitti

Il Presidente-Operaio Lula aveva fortemente voluto il referendum sulla proibizione del libero commercio delle armi ma il Brasile, a un anno dalle nuove elezioni presidenziali, gli ha voltato le spalle.
Forte l'afflenza (87% degli aventi diritto) e forte la vittoria del "No" (64% circa). Per il "Sì" non si era schierato soltanto Lula ma anche la Chiesa e molte organizzazioni sociali. "Se uno non sa maneggiare un'arma è meglio che non ne possegga", ha dichiarato il presidente uscendo dal seggio.

Noi siamo abituati al concetto che l'arma personale va data solo a precise e forti condizioni. Noi ci scandalizziamo se uno psicopatico ha il porto d'armi: ma è evidente che in altre realtà sociali la questione è ben più intricata.

Hanno vinto in particolare i proprietari terrieri che vivono d'agricoltura e che sono spaventati dalle razzie, ma hanno vinto anche le classi medie delle grandi metropoli, altrettanto spaventate dalla delinquenza comune.
Laddove lo Stato non è sempre in grado di garantire la sicurezza e di esercitare il cosiddetto "monopolio della forza", è prevedibile che il disarmo sia soltanto un'utopia.




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17 ottobre 2005

Democrazie

"La Repubblica" scrive che ieri la democrazia ha vinto perché circa tre milioni di italiani hanno votato alle primarie dell'Unione, primarie-farsa, nel senso che non servivano a investire un leader ma a calcolare pur improbabili rapporti di forza interni.
Noi, comunque, preferiamo scrivere che ieri la democrazia ha vinto perché, dall'Iraq, queste immagini stanno facendo il giro del mondo.




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12 ottobre 2005

Tutti tirano di coca

Con il massimo rispetto per i bagni delle sale congressi dei Laburisti e dei Conservatori (divisi a Westminster, uniti nella sniffata), con il massimo rispetto per il cesso di un ristorante coi fiocchi a Brera, con il massimo rispetto per Lapo Elkann e per quelle due modelle che una sera, sulle scale dell'Arengario di Milano, se la stavano sparando dalla piantina della città, con il massimo rispetto per alcuni amici che non sono più amici per altri motivi, con il massimo rispetto per chi c'è rimasto secco,

siccome nella vita un po' d'ironia ogni tanto ci vuole:

It seems like it’s simple there’s no one to blame
For the whole of this nation is taking Cocaine


e forse non siamo tanto lontani dalla verità. Ma se è così, perché proporre un altro giro di vite?




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1 ottobre 2005

Irlanda del Nord: l'IRA consegna tutte le armi

Dell'Irlanda del Nord abbiamo già parlato recentemente.
Il fatto nuovo di quest'anno (oltre alle elezioni di Westminster del maggio 2005) è la promessa di disarmo dell'IRA, il gruppo paramilitare cattolico-indipendentista.
Promessa unilaterale, si badi: infatti nessun altro gruppo avverso ha deciso di seguire l'IRA nella cessazione della lotta armata e anzi, intorno al 10 settembre, Uvf e Uda hanno fatto di Belfast un teatro di guerriglia urbana per ben due notti.

Il 28 luglio, dunque, l'IRA dichiarava di voler consegnare tutte le armi e ordinava ai suoi militanti di perseguire lo scopo indipendentista, d'ora in poi, solo con mezzi politici.
Il 27 settembre, infine, le armi sono state tutte consegnate.

Ne scrivo sul sito dei Liberali per l'Italia, a cui rimando per la storia completa.




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7 settembre 2005

L'americanata: trovare l'anima gemella del proprio partito


Non è un mistero che tante persone vogliano legarsi sentimentalmente solo con coloro che rispecchiano i propri ideali e valori.
E per chi non riesce a fare a meno di internet nemmeno per trovare l'anima gemella, ecco il primo servizio "ad hoc": un sito d'incontri rigorosamente riservato ai conservatives.
Seguirà un servizio analogo per i liberals? Quello che mi auguro è che resti un'americanata: cioè, che a nessuno in Italia venga in mente un'idea simile.




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2 settembre 2005

Gitanes e Gauloises emigrano dalla Francia



Altadis, erede del monopolista di stato (Seita) e proprietaria anche dell'ex monopolista spagnolo, trasferirà la produzione delle due storiche marche di sigarette francesi Gitanes e Gauloises da Lille ad Alicante.

La mia generazione ha iniziato a fumare con le Marlboro Lights, il mito americano in veste delicata, collezionando magari le splendide fotografie del far west che accompagnavano la pubblicità diretta su Time e Newsweek.
Il Grand Canyon abbronzato dal tramonto per il pacchetto rosso. La foresta di betulle col ruscello in mezzo per il pacchetto oro.
Quando vi fu il campale sciopero di pochi lavoratori della distribuzione e negli scaffali vuoti dei tabaccai restarono solo le marche di tabacco scuro, alcuni preferirono interrompere il vizio, altri organizzarono le spedizioni in Svizzera per recuperare qualche sigaretta di marca buona.
Ma il fascino dei pacchetti azzurri e blu di Gauloises e Gitanes era troppo forte. Si sapeva che il loro gusto acre e rude non sarebbe piaciuto a noi, abituati al sapore dolce del tabacco americano. Eppure, una o due volte, un pacchetto di queste sigarette francesi ci era finito in tasca. Gauloises di preferenza (già che ci siamo, risparmiamo) anche se era più bella la scatoletta delle Gitanes, per la forma orizzontale e per la ballerina zingara avvolta nel fumo.

Una sigaretta come queste non faceva parte della quotidianità. Noi l'avevamo vista, accesa, più o meno solo tra le labbra di Marco Pannella, che però è anticonformista di natura.
Ma una cosa la sapevamo anche noi. Sapevamo che l'inconfondibile cilindro bianco, corto, più largo di una king size, significava solo una cosa: Parigi.
Tutti gli intellettuali, gli artisti, gli attori francesi potevano essere visti con l'immancabile sigaretta nazionale. Dal poeta Paul Eluard al fotografo Robert Doisneau, dall'attore Jean Gabin allo scrittore Raymond Queneau.
Per cui la si doveva provare. Comprato il pacchetto, si fumavano in casa, perché in giro avrebbero attirato troppo l'attenzione e avrebbero dato fastidio con il loro odore unico (nel bene e nel male).
L'unica eccezione poteva darsi se ti capitava d'uscire con una di quelle ragazze finemente intellettuali che nel tempo libero leggevano Prevert (se andava bene) o Sartre (se andava male). Con loro la Gitanes era bene accetta. Non potevano lamentarsi.
Una, però. Per immaginarsi in un bistrot parigino anche al bar sotto casa. Poi si tornava alle Marlboro Lights.

Adesso si potranno comprare ancora, ma non saranno più made in France. Non è la morte definitiva di un mito, ma un po' mette comunque tristezza.




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4 agosto 2005

Derry demilitarizzata

Dopo lo statement (leggibile in italiano nel sito del Sinn Fein) con cui l'I.R.A. ha dichiarato che non userà più la lotta armata per perseguire l'unità d'Irlanda, il Regno Unito risponde, com'era prevedibile, lanciando la demilitarizzazione progressiva dell'Irlanda del Nord, cominciando da Derry, la città del Bloody Sunday del 1972.
Gli unionisti protestanti di Derry sono "scioccati" da questa decisione, temendo che quelle dell'I.R.A. siano solo parole.
Ma la decisione è presa e in breve verrà attuata.
Il Regno Unito, così, decide di fidarsi delle parole dell'I.R.A., anche considerando che tutto è stato fatto con la "copertura morale", se così possiamo dire, del Sinn Fein, cioè di un partito democratico, pacifico, rappresentato nel Parlamento dell'Irlanda del Nord e anche in quello della Repubblica.

D'altra parte, continuare a vivere sotto la "tutela" delle Guardie reali non è il massimo per una città che si sente in gran parte orgogliosamente irlandese.
Questa escalation nel processo di pace è da salutare con gioia. Un giorno ci chiameremo tutti europei, e tutto questo farà parte davvero a ieri.




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3 agosto 2005

Si spengono le bombe dell'IRA


Derry (Irlanda del Nord), passeggiando per Rossville Street

E' finita un'epoca, pare. L'IRA ha scelto la via della battaglia pacifica e chi scrive capita a Derry e Belfast proprio due giorni dopo.
Rossville Street, la strada della domenica di sangue del 1972, è spenta, vuota. Sono quasi le sette di sera. La gioventù di Derry è in casa, a cena, si prepara per uscire e divertirsi. La gioventù di Derry si ferma sui vent'anni: poi si va via, a Belfast, o meglio a Londra, a studiare o a lavorare.
Rossville Street è senz'anima, i murales sopravvivono perché il ricordo brucia ancora, la "libera città" è libera davvero.
Libera di vivere, di sentirsi irlandese, di vincere alla lunga distanza contro l'esercito del Regno Unito.
La vittoria di Derry è negli occhi del fotografo di viaggio che scruta i murales e accanitamente li cattura. La vittoria di Derry è nel fatto che non v'è traccia, qui, del dominio inglese.

Alcune ragazzine vedono il giovane italiano armato di Canon e gli chiedono una fotografia, per diversificare un pomeriggio qualunque di fine luglio. Tra due o tre anni anche loro prenderanno i taxi alla sera per raggiungere i pub della città murata, ma per poco: poi, anche loro andranno via da Derry, dove c'è più futuro per tutti.
L'inquadratura è casuale. Lì erano e lì il giovane italiano armato di Canon le ha fotografate. Lì erano, vicino al palo coi colori della Repubblica d'Irlanda, vicino alle scritte che inneggiano all'IRA.
Tutto mentre l'IRA deponeva le armi, forse, per sempre.

E' probabile che il City Council non cancellerà mai quelle scritte, di sicuro non cancellerà mai i murales che inneggiano alla Repubblica. Bisogna capire che qui, e forse più ancora a Belfast, l'IRA non è vista come un gruppo di terroristi assassini. Bisogna capire che qui l'IRA è vista come un esercito quasi di salvezza, quasi di liberazione. Bisogna capire che il ricordo brucia, che il sangue del 1972 non si è ancora prosciugato.

I titoli entusiasti dei vari The Irish IndipendentThe Irish Times celano una verità più scomoda di quella che appare. La questione nord-irlandese non si risolve con un comunicato di cessazione delle ostilità. La questione nord-irlandese è una questione identitaria.
Le bombe non ci saranno più, questo aiuta, ma come sempre bisogna scavare in profondità: e in profondità c'è, attualmente, una maggioranza cattolica dentro un Regno Unito protestante che ha, in passato, represso le aspirazioni unitarie dei cattolici di tutta l'isola.

Il giovane italiano che visitava Belfast, Derry e Dublino diceva sempre d'essere italiano, quando gli chiedevano da dove viene. Certo, italiano. Ma è possibile che la parola-chiave della questione identitaria, sia, in un futuro magari lontano, chiamarsi tutti europei. Allora, non avrà granché senso sentirsi del Regno Unito o della Repubblica d'Irlanda, se l'unica nazione sarà quella che unisce tutto il continente.




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14 luglio 2005

Tra vendette di Stato e prevenzione

Recentemente, in un dibattito online su una notizia di arresti per pedofilia, mi è capitato di dover fronteggiare il "senso comune". Non l'avrei mai pensato.
E' solo che sono fermamente contrario sia alla pena di morte sia alle pene corporali.
Mi risulta, peraltro, che in Italia non vi sia alcuna formazione politica che sostenga ufficialmente la pena di morte. Pensavo Forza Nuova, ma ho verificato e nel loro sito non ho trovato nulla.

Il "senso comune" della gente è molto diverso. E un'amica mi ha fatto notare che, di fronte a notizie drammatiche (sacerdoti, sindaci, poliziotti inquisiti per pedofilia), chi non ha alcun potere (e percepisce di non averlo) si "lamenta". E lamentarsi vuol dire, in qualche modo, sfogarsi verbalmente.
E così: «I pedofili? Li brucerei vivi con le mie mani». Questa è la frase che mi ha fatto sobbalzare dalla sedia.

Ma come? Nella patria di Cesare Beccaria qualcuno afferma queste cose? In uno degli Stati al mondo con leggi più severe sul tema dell'estradizione per chi nel suo paese rischierebbe la pena di morte?
Naturalmente, avrei dovuto immaginare che rispondere pan per focaccia avrebbe leso alla mia immagine. E infatti.
Da amico di qualche radicale, ho deciso di rispondere radicalmente, più o meno così: «Tra i pedofili e chi li ucciderebbe non trovo differenze». Vero o falso che sia (di differenze ne trovo, eccome), il punto che più mi interessava era dimostrare che la forza della legge non è la vendetta, ma la capacità di trattare con giustizia qualunque criminale.
L'effetto non è stato dei migliori. Nel giro di poche ore cominciava, in quella community, a girar voce che io difendessi i pedofili.
E' bastato poco per placare questo nefasto effetto della mia propensione a difendere le mie idee anche fuori da Tocqueville, ma il punto centrale resta.

La gente, guidata dal "senso comune", non sa che pesci pigliare davanti a notizie di questa gravità? L'invito a usare il cervello e a non farsi trascinare, comunque sia, dalla passione resta valido.
Valga per tutti questa storia, del giugno 2005, relativa al Tennessee, non perché io sia antiamericano (tutt'altro), ma perché è davvero emblematica.
L'uomo in questione rischia di ricevere l'iniezione letale, con un farmaco (peraltro vietato quando si pratica l'eutanasia ai cani, in quanto troppo doloroso) perché ha accoltellato un altro uomo.
Ecco cosa si sa del suo passato (fonte Nessuno Tocchi Caino):

Da piccolo era stato sottoposto a percosse e violenze da parte del padre, un poliziotto militare, che era arrivato a fargli ingoiare un pacchetto di sigarette come punizione per aver fumato e, non contento, dopo che il giovane aveva rigettato lo aveva costretto a ingoiare il suo stesso vomito. Abdur 'Rahman aveva anche vissuto il trauma del suicidio del fratello e di diversi tentati suicidi da parte della sorella.


E' forse il caso di riflettere. Quest'uomo sarà molto probabilmente ucciso (chissà perché si usa dire "giustiziato"), ma perché nessuno, nella società, s'era mai accorto che avrebbe potuto avere problemi di questo genere?

La prima prevenzione non è qualche pattuglia di polizia in più. La prima prevenzione è un dovere civico di tutti.




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29 giugno 2005

La Chiesa: nì alla pena di morte

La Chiesa, fermamente schieratasi a difesa dell'embrione "come fosse persona", anzi "che è già persona", presenta ora il Compendio del Catechismo: oltre 500 domande e risposte per indicare la dottrina cattolica sui casi pratici della vita.

Nell'ambito della morte non naturale, c'è la condanna ferma dell'omicidio (ovviamente), dell'aborto (ovviamente) e dell'eutanasia (ovviamente).
Ma la pena di morte, ancora, non viene equiparata all'omicidio: «oggi, a seguito delle possibilita' di cui lo Stato dispone per reprimere il crimine rendendo inoffensivo il colpevole, i casi di assoluta necessita' di pena di morte sono ormai molto rari se non addirittura praticamente inesistenti».

Come si può vedere, quello della Chiesa cattolica rimane un "nì", e non un "no", alla pena di morte. Le carceri, però, ovvero dei luoghi in cui si rendono "inoffensivi" i colpevoli, esistono da un bel po' di secoli; e, anzi, oggi (ma non solo da oggi!) la pena detentiva ha sì una funzione "isolatrice" del reo, ma questa non è la funzione principale, essendo preminente, in ogni Stato democratico, la funzione "rieducativa".

Non si capisce, in ogni caso, questo "nì" alla pena di morte, che tutto sommato appartiene alla legge del taglione ed è molto simile alla vendetta privata: non vediamo, infatti, sostanziale differenza tra la morte data dallo Stato come pena per un reato, e la vendetta del privato che prende a revolverate chi gli ha ucciso un parente.




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22 giugno 2005

A Parma si festeggia, in Finlandia s'offendono


(Il Duomo e il Battistero a Parma)

Quanto sono suscettibili questi finlandesi.
Non gli è andata giù che l'authority europea sull'alimentazione sia andata a Parma e non a Helsinki, e fin qui li si può capire.
Ma addirittura la
convocazione dell'ambasciatore italiano, no.
Perché, poi? Perché Berlusconi ha scherzosamente 
confessato d'aver fatto il playboy con la presidente della Repubblica di Finlandia per convincerla a rinunciare.

Tutto ciò non impedisce a Parma di fregiarsi meritatamente di questo riconoscimento. La sua cucina è straordinaria ed è riconosciuta come tale in tutto, dico tutto, il mondo..
Noi italiani dovremmo dare una risposta franca e netta a questi suscettibilissimi finlandesi, che l'Europa ha salvato dallo stalinismo.

Dovremmo invitarli proprio a Parma per una cena.




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22 giugno 2005

Le rockstar e il debito pubblico

Bob Geldof è un rocker da media classifica ma, da vent'anni, fa parlare di sé per il suo impegno in campo internazionale: dal mitico Live Aid dell'85, megaconcerto contro la fame nel mondo, è in prima linea quando si tratta di lanciare slogan umanitari.
Quest'estate, per il 2 luglio, ha organizzato "Live 8", una manifestazione a più piazze (Roma, Parigi, Londra, Berlino, Philadelphia, Tokyo, Toronto e Johannesburg) che vorrebbe fare pressione sul G8 del 6 luglio in Scozia.
Obiettivo dichiarato è spingere i potenti a cancellare il debito pubblico dei Paesi africani.
I musicisti internazionali coinvolti sono i "soliti noti": Pink Floyd, U2, REM, Coldplay, Green Day, Elton John.

Più difficile è stato coinvolgere quelli italiani, anche se è stata preparata una serata collettiva al Circo Massimo di Roma.
Tra i tanti che hanno aderito vi sono infatti defezioni "pesanti".
Quella di Ligabue, innanzitutto, di cui tutti ricordano gli impegni umanitari, e pochi ricordano l'esperienza comunista in consiglio comunale a Correggio, prima di "sfondare" nella musica. Ma può darsi che sia una questione di marketing: il Liga, per lanciare il suo nuovo album autunnale, ha previsto una sola data live per il 2005 (il 10 settembre nella sua Reggio Emilia) e quindi un'apparizione adesso potrebbe costargli qualcosa in questa strategia.
Jovanotti, che proprio col Liga (e Pelù) s'era impegnato contro la guerra di Yugoslavia, ha chiesto "maggiori spiegazioni".
De Gregori, la cui partecipazione era certa fino a qualche giorno fa, è ora in forse.
Vasco Rossi ha detto di no, motivandolo con la concomitante data di Ancona, che però non è un paravento credibile: il Blasco potrebbe tranquillamente esprimere solidarietà dal palco marchigiano, e tecnicamente si potrebbe approntare un collegamento via satellite.

Bob Geldof ha dichiarato: «Se oggi morissero 50 mila persone a Milano, domani a Sheffield, dopodomani a Toronto, potete stare certi che al G8 del sei luglio il debito sarebbe cancellato nel tempo necessario ai capi di Governo per arrivare dalla sala della colazione a quella delle riunioni. Oggi si muore piu' di quando organizzammo Live Aid e si muore per una sola ragione: la povertà».

Ma è davvero la povertà il problema africano? Molti Paesi che nel 1980 non avevano debiti con l'estero, oggi, pur con gli aiuti internazionali, si sono indebitati fin quasi allo stremo.
Il 40% dei capitali africani è investito (o più spesso tesaurizzato) fuori dal continente.
Un economista ghanese (Franklin Cudjoe) spiega in un breve paper come mai la questione degli aiuti e quella della cancellazione del debito sono fuorvianti.




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14 giugno 2005

Quanti comuni hanno raggiunto il quorum?

Il quorum è stato raggiunto in due soli comuni italiani (su più di ottomila): così recitano oggi le cronache nazionali.
I comuni sono Piombino (Li) e Paciano (Pg), con il 50,7% e il 50,3%.
Lo dice l'Ansa, non è mica merda. Fedelmente lo riportano gli stanchi cronisti dei quotidiani nazionali, che certo non hanno voglia di verificare. "L'Unità" addirittura si limita a citare Piombino come unica roccaforte del quorum.

Possibile?, mi chiedo. Avevo letto, ieri, che già domenica sera a Fabbrico (Re) c'era stata un'affluenza del 48% (pag. 6, "Il Giornale di Reggio").
Possibile che da quelle parti, lunedì, non sia andato a votare nessuno?

Infatti. Ora non so a chi abbia giovato raccontare di due soli comuni che raggiungono il quorum, però nella sola provincia di Reggio Emilia ce ne sono altri cinque. Eccoli:
Fabbrico (60,8%)
Rio Saliceto (54,3%)
Campegine (54,1%)
Cavriago (53,7%).
Bagnolo in Piano (51,7%)
Sfiorato inoltre il quorum a Novellara (49,6%), Quattro Castella e Correggio.

Harry e i suoi compagni d'avventura potrebbero festeggiare che nel paesello di Don Camillo la percentuale sia stata identica a quella di Milano (33%), segno che Peppone abita da quelle parti ormai solo a elezioni alterne.




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12 giugno 2005

Benedetto sia il tuo voto

Ore 11:00, Milano San Siro. Nella scuola c'è un discreto movimento.
Sezione 438: un'oretta prima aveva votato il 5% dei 977 aventi diritto.
In sezione, una ragazza che fa la rappresentante di lista anche allo scopo di votare: altrimenti doveva tornare in Sicilia.
Io ho votato 4 SI, perché amo la vita e voglio che la ricerca scientifica sulle staminali embrionali (*) si faccia anche in Italia e non solo fino a Lugano.

---
(*) col metodo dell'estrazione del nucleo, cioè come aveva deciso la Commissione Dulbecco all'unanimità, votanti anche l'ex ministro Sirchia (che però adesso si astiene) e il cardinale Tonini (che però adesso si astiene).




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12 giugno 2005

Il neo-con per il SI, le violenze sessuali, il nazismo

La dichiarazione di voto del neo-con Christian Rocca:
"Siccome siamo un paese di serie B, un paese che impedisce a chi si trova all'estero di votare, domenica non mi potrò esprimere come vorrei, cioè con 4 “Sì” contro la prima campagna-per-la-vita-che-rende-più-difficili-le-nascite. I devoti non si rendono conto di questa contraddizione, come non si rendono conto di quanto sia provinciale oltre che inutile vietare la ricerca scientifica fino a Chiasso, visto che ci penseranno gli inglesi, i coreani, gli americani o gli italiani all’estero a trovare le cure. Per il resto: forza e coraggio. Ancora qualche giorno di sofferenza, poi tutto tornerà come prima".

Sempre da Rocca apprendiamo che la Chiesa Cattolica, che si astiene sui referendum perché l'embrione è sacro, ha versato oltre un miliardo di dollari per pagare le vittime delle violenze sessuali dei preti sui bambini.

Ma imparassero ogni tanto a guardare le loro travi nei loro occhi, prima di darci dei nazisti?




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11 giugno 2005

Libertà di voto dentro la famiglia

Cosa può fare una ragazza di 20 anni che vorrebbe votare SI ai quattro referendum del 12 e 13 giugno se i suoi genitori usano la sua intenzione di voto come strumento di ricatto?
"stai andando contro alla religione cattolica, stai diventando atea, solo quelli di sinistra votano SI, ...".

La presenza nel comitato referendario di esponenti cattolici, e di esponenti non di sinistra, non poteva bastare per eliminare, nel cattivo senso della gente comune, questa immagine.
Il cardinale Ruini ha un bel dire "noi non siamo contro nessuno": sta di fatto che ha contribuito a spaccare la società, ancora una volta, in buoni e cattivi.
Non ci sarebbe niente di male, è comunque "il suo lavoro", come tutti ripetono, se non fosse che le conseguenze le pagano, poi, i deboli.
Strano: m'hanno insegnato che la religione cattolica è per i deboli, non compie azioni contro di loro.

Dunque sui giornali sembra che nessuno sia contro nessuno: i referendari sono per la ricerca scientifica e per i diritti della donna, gli antireferendari sono per i diritti dell'embrione e per l'etica.

Ma la spaccatura serpeggia nella famiglia, com'è chiaro nell'esempio con cui ho iniziato. La famiglia, ovvero il cuore della società. La propaganda antireferendaria ha colpito nel segno. Basta una sola figlia dileggiata in famiglia per la sua scelta di votare SI per denunciare un ricatto sotterraneo, quello che colpisce la solidarietà e gli affetti più profondi.
Atea, anticattolica, komunista. L'infamante accusa di avere tradito le premesse-promesse: il preludio della discriminazione quotidiana dentro le mura di casa.

Avrà un bel daffare il cardinale Ruini, domani, e tutti i preti con lui, nelle chiese, per spiegare a questi capifamiglia che non hanno capito nulla del Vangelo. Sempreché, in fin dei conti, non sia un risultato tutto sommato accettabile, per lui e per loro.




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30 maggio 2005

Europa, ripartire dal No

Harry, lamentandosi del "no" francese alla Costituzione europea, si chiede come mai nei quartieri di Toqueville si stia più dalla parte dei no-global che da quella dei "sì".
E' un po' lungo leggerci tutti gli interventi dei cittadini della "città dei liberi", ci fidiamo di Harry, ma pur se più scontenti che contenti del risultato francese, ci chiediamo adesso quanto possiamo esultare per un'Europa dalle istituzioni non democratiche, regolativa su tutto, debole militarmente e debole come interlocutore economico internazionale.
Se fosse la volta buona per ripartire con uno slancio diverso e soprattutto "dal basso", crediamo che i nostri figli avranno un'Europa migliore di quella che stavamo per avere noi.




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29 maggio 2005

Gli italiani comprino auto Fiat (ma le armi deve darle la Fiat)

Mario Caputi, sul sito dei Liberali per l'Italia, rivisita e ripubblica un articolo scritto due anni fa che sembra scritto ieri. Nel pezzo ("La resistenza sul Po") chiede che gli italiani ricomincino a comperare auto del Gruppo Fiat, sottolineando che l'indotto del gruppo, oscillando tra l'1,5 e il 2% del Pil, fa della Fiat un pezzo d'Italia e non solo il gruppo industriale degli Agnelli.
Naturalmente (scrive Caputi) le "armi" deve darle la Fiat stessa, (ri)cominciando a costruire automobili competitive e di qualità.
Il Gruppo Fiat proprio in questo periodo sta facendo una campagna "nazionalista", di cui abbiamo già parlato, per richiamare l'attenzione sulla qualità delle proprie auto.
Ma leggiamo Caputi:

La FIAT ha perso molte occasioni storiche per affermarsi come leader nei mercati esteri: vende la SEAT poco prima dell'esplosione dell'economia spagnola alla VW che - assieme alla SKODA - la trasforma in un vero e proprio cavallo di Troja contro i modelli torinesi. Investe in Russia quando scoppiano gli scandali della banda Eltsin ed il mercato ripiega su se' stesso riducendo ogni obiettivo di crescita. Mira alla Volvo ma viene scavalcata dalla potenza finanziaria della Ford. Ripiega su una ditta americana di camion -la Case- indebitandosi oltremisura per strapagarla nel pieno della bolla Internet. Corteggia la famiglia von Quandt per stringere un'alleanza strategica con la BMW ma viene rifiutata per le divergenti idee sul controllo (sia gli Agnelli che i von Quandt volevano comandare) e sulle strategie aziendali (la BMW vende prodotti premium ad altri margini, la FIAT vende quasi al costo, per via della dissennata politica dei "chilometri zero", l'unico modo pero' per fare fatturato). Finisce nelle mani di GM, la piu' grossa casa automobilistica del mondo che fa auto a dir molto mediocri (le Opel) disegnate in un posto cosi' brutto, da uccidere la pur minima verve creativa del miglior progettista e disegnatore (Russelsheim). Ed infine cede la sua put per tornare libera ed indipendente sul mercato (avete mai visto un compratore pagare milioni di euro pur di NON comprare?).


Continuate a leggere qui.




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27 maggio 2005

Il Giornale finalmente online

Tramite Cristina Missiroli ci accorgiamo che Il Giornale è finalmente online.
E non c'entrano le idee, con quel "finalmente". E' comunque un evento.
Un evento in ritardo, visto che ormai anche il giornalino di parrocchia ha un suo sito, e visto che i giornali online sono già alla "fase 2" (se vuoi leggere gli articoli per intero, paghi).

Però, quelli di Via Negri vogliono farsi proprio prendere in giro. Bonariamente, almeno da noi.
Non si spiega altrimenti il seguente svarione (guardate l'autore del pezzo):




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26 maggio 2005

La paura di (far) fare all'amore

Non sono nato molti anni fa, ma ho la sensazione di essere entrato in un dibattito già svolto, già detto, già consumato.
Direi perfino già vinto.
I miei genitori, i miei professori, gli "adulti" mi hanno sempre raccontato che prima del '68 vigeva il tabù del sesso, almeno presso la maggioranza della popolazione, col risultato che i figli (e le figlie!) crescevano nell'ignoranza dell'argomento.
Posso immaginare quanti danni si facevano, quante scoperte arrivavano troppo tardi, o comunque molto tardi, nella crescita degli adolescenti.
D'altra parte, le ragazze erano istruite in modo da darla via il meno (e il più tardi) possibile.

Oggi è tutto diverso. Le ragazze di oggi sono più motivate, più sicure e anche più decise dei loro coetanei, spesso prendono l'iniziativa, speso "comandano" anche sotto le coperte (o in cucina, o in auto, o chissà dove) e trattano la pillola, il preservativo, la spirale come argomenti quotidiani.
Le avevano precedute le ragazze dell'Europa protestante, come sempre avviene da quando esiste il protestantesimo. Nessuno me ne voglia, ma dal punto di vista dell'evoluzione della civiltà, Lutero e Calvino e soci hanno fatto un gran lavoro, a cominciare dall'alfabetizzazione di massa.

I giovani italiani di 18-20 anni, quelli nati cioè agli albori degli anni '80, sono molto maturi sulla sessualità. Non è una vergogna, ma un piacere. Non è una paura, ma una esperienza. Non è un qualcosa da rimandare, ma anzi da provare per una verifica del rapporto sentimentale, anzi è un elemento fondamentale del rapporto sentimentale.
Ovviamente ci sono anche coloro che fanno sesso come stessero facendo la doccia, cioè disordinatamente, compulsivamente, col primo e con la prima che capita.
Possiamo anche non essere d'accordo, possiamo pensare che si perdono il meglio del fare l'amore, ma possiamo metterli in croce? A noi fanno qualcosa di male? Non credo proprio.

E' però innegabile che il dibattito sulla fecondazione assistita, lentamente, si stia portando su questo pericoloso terreno. Pericoloso perché si inserisce nelle scelte personali. 
L'abitudine pluralistica a non giudicare gli altri, abitudine fatta propria anche dalla Chiesa cattolica negli ultimi decenni, potrebbe essere lasciata da parte in favore del ritorno al giudizio morale tra i cittadini. Come Gesù nel tempio, insomma, dimenticandosi che lo stesso Gesù salvò la vita alle prostitute, che per la legge (morale e pubblica, non dimentichiamolo) avrebbero meritato la lapidazione.
E questo è il punto principale. La "lapidazione" personale, cioè il giudizio morale negativo, può anche starci, sebbene faticosamente oggi non esista quasi più. Ma può starci anche quella "legale"?
No, no e poi no. Uno Stato Liberale, di Diritto, non può ammettere la "lapidazione legale", non può ammettere che l'etica privata, o religiosa, entri preponderantemente dentro il Codice Civile, dentro la Legge.

L'obiezione principale a questo ragionamento è che rubare, uccidere, mentire in giudizio non sono solo peccati per la Chiesa, ma anche reati per lo Stato, e non potrebbe che essere così.
Obiezione, però, non molto pertinente. Lo Stato di Diritto si fonda proprio sul rispetto degli altri cittadini. Ma di solito lascia al privato la libertà d'agire, o di non agire, secondo quanto egli crede.

Oggi, con la fecondazione assistita, sta passando il principio che l'embrione sia soggetto di diritti. Per il nostro Codice Civile, il "già concepito" è in grado solo di ricevere (per donazione o testamento), ma a condizione che egli nasca vivo.
La Legge 40 invece prevede l'equiparazione del concepito alla madre, come soggetto di diritto, cosa che se moralmente si può anche accettare (e molti atei la accettano), non si può però ammettere dal punto di vista legale.
Già si è detto che la spirale, metodo anticoncezionale largamente usato, sarebbe illegale rispetto alla Legge 40. E si è anche fatto notare che l'equiparazione di cui sopra farebbe "saltare" un pilastro della legge che, nel nostro Paese, consente l'aborto.

Due esponenti di punta di Alleanza Nazionale (Gasparri e Storace) hanno scoperto le carte e adesso si sa che, o prima o poi, la legge sull'aborto tornerà ad essere "d'attualità". Se si rischia il quorum sugli embrioni e sulla fecondazione assistita, figuriamoci come sarà invece un referendum contro l'aborto: c'è da scommettere che il Paese, al contrario di quanto fece negli anni '70, seguirà in massa i vari comitati pro vita e si rifugerà nei seggi elettorali per eliminare la possibilità dell'aborto nel nostro ordinamento.

D'altra parte, le avvisaglie c'erano state quando si discuteva della pillola abortiva. Una pillola che semplicemente sostituisce l'aborto chirurgico. Non c'è una sola ragione scientifica per preferire l'aborto chirurgico alla pillola come metodo abortivo, una volta che la legge venga applicata (incontro psicologico per la donna e via dicendo). Ma si paventò il rischio che, con una pillola, l'aborto potesse essere vissuto con meno problemi. Cosa, questa, assurda, visto che la legge sarebbe comunque la stessa. Eppure, di pillola abortiva in Italia non se n'è più parlato.

Ci si può anche chiedere che fine possa fare la "pillola del giorno dopo". Come tutti sanno, essa non è altro che la pillola contraccettiva, che la donna deve prendere nei giorni successivi al rapporto sessuale in dosi abbastanza invasive. E' un aborto?
La "pillola del giorno" dopo non è oggi equiparata all'aborto, e (com'è giusto) nemmeno a un metodo contraccettivo. Ma è evidente che sulla linea dei divieti ci sarà, prima o poi, anche lei.
Poi, forse, toccherà al preservativo. Se la linea è quella del divieto, tanto vale. Verrà (ri)visto come un modo per vivere il sesso in maniera libera (e quindi immorale), e verrà proposto di vietarne le pubblicità, poi magari di vietarne anche la vendita.

Naturalmente non si tratta di passaggi automatici. E' molto probabile che non si arriverà a tanto. Sta di fatto che si sta cercando di re-innescare una visione etica, alta, risparmiosa dell'atto d'amore tra due partner.
Il rischio è quello che le persone siano indotte ad avere, di nuovo, paura di amarsi. Contro questo rischio bisogna prendere qualche contromisura, prima o poi.




permalink | inviato da il 26/5/2005 alle 15:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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