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idee e riflessioni


Scontri (e incontri) di civiltà


13 maggio 2006

Irlanda del Nord: il nuovo autogoverno si insedia domani

L'Irlanda del Nord avrà domani, di nuovo, la sua Assemblea. I deputati si riuniranno nella residenza di Stormont, dopo anni di sospensione, soprattutto grazie alla rinuncia alla lotta armata prima da parte dell'IRA e poi da parte di alcuni gruppi protestanti, quali l'UDA.

Il momento è drammatico perché pochi giorni fa è stato ucciso, a Ballymena, un quindicenne cattolico che era tutto tranne che una testa calda, poiché aveva numerosi amici protestanti.
L'aggressione è stata fortemente condannata da tutti, ha fatto risalto  la sua brutalità: rincorso da quattro o cinque persone e ammazzato a colpi di mazza da baseball.

Il rev. Ian Paisley, unionista estremista, leader del primo partito nord-irlandese, il Dup, deputato proprio nel collegio di Ballymena (North Antrim), è stato il primo a telefonare alla famiglia del quindicenne e forse parteciperà oggi al funerale.
Questo è un segnale di distensione, pur nella fermezza politica del Dup.

Dall'altra parte, il movimento nazionalista si è reso conto che più di così non può ottenere. Il Sinn Fein (divenuto da anni il punto di riferimento politico dei cattolici) è stato eccellente nella sua strategia di convincimento presso l'IRA affinché deponesse le armi e le consegnasse, e domani s'appresta a votare proprio Ian Paisley (il nemico storico dei cattolici) come primo ministro a Stormont, chiedendo in cambio il vice-premierato per McGuinness, esponente di primo piano dell'IRA nei caldi anni '70 a Derry.

Paisley è noto per avere sempre fatto muro contro muro sul dialogo con il Sinn Fein e fu anzi, negli anni '90, lui a far fallire ogni trattativa trilaterale (tra i partiti nord-irlandesi, il governo di Londra e quello di Dublino) proprio per la compresenza del partito indipendentista nel futuro auto-governo delle sei Contee.
Ora i suoi toni sono nettamente più morbidi: l'80enne leader unionista chiede, semplicemente, che il Sinn Fein supporti totalmente le Forze dell'Ordine.

In passato esisteva la Royal Ulster Constabulary, una famigerata colonna della polizia intenta in astratto a riportare la pace nelle sei Contee, in concreto a imporla ai cattolici, con azioni a volte non esattamente imparziali.
La RUC è sciolta dal 2002, diversi esponenti unionisti hanno ammesso che era una polizia di parte. Quindi la condizione perché il Sinn Fein dichiari un generico appoggio alle Forze dell'Ordine esiste.

Salvo sorprese, domani a Stormont Ian Paisley sarà nominato nuovo premier dell'Irlanda del Nord con i voti del Sinn Fein e, a questo punto, anche degli altri partiti (il cattolico partito socialdemocratico e il protestante partito unionista dell'Ulster).

La politica del nuovo autogoverno sarà però tutt'altro che facile. Alla domanda se si rende conto che molti cattolici storcono il naso a saperlo premier, Ian Paisley risponde (sull'Irish Times di stamani): «Non sarei l'unionista che sono, se non storcessero il naso!».

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25 marzo 2006

Verso la pace nei Paesi Baschi

Enzo Reale (nel suo blog 1972) ci parla dei paradossi del cessate il fuoco dell'ETA. Il suo punto di vista è pessimista, e non potrebbe essere altrimenti.
Un "cessate il fuoco", infatti, può avere solo il senso di una dimostrazione di volontà, null'altro.
Lo dice bene anche Bernardo Axtaga, forse uno dei baschi più famosi del pianeta. Scrittore e poeta di successo, è stato testimone di tutta la vicenda dell'ETA. Intervistato da Alessandra Coppola per il Corriere della Sera, egli afferma:


Si aprirà un vaso di Pandora e questi anni saranno passati in rassegna. Si prospetta uno scenario molto conflittuale. Se ne parlerà sui giornali, in Parlamento, ci saranno manifestazioni. Un periodo difficile. Ma finalmente, rimossa questa anormalità, resteremo all'interno del gioco democratico.

Il che esprime una speranza ma anche la prospettiva di una road map lunga e difficile. Non potrebbe essere altrimenti. L'ETA si è sentita sempre più isolata di fronte al consolidamento della democrazia in Spagna, che ha permesso ai baschi di ottenere una certa autonomia di governo e (ovviamente) il riconoscimento della lingua nazionale.
Va sottolineato che l'art. 3 della Costituzione spagnola prevede il plurilinguismo non solo nelle tre regioni dove storicamente vi è una forte rivendicazione in tal senso (Galizia, Paesi Baschi e Catalogna), ma anche in tutto il resto del territorio. Ci si dimentica che perfino l'Andalusia (terra povera, simile al nostro Mezzogiorno) gode di ampie autonomie da tempo.
L'ETA nacque sotto il franchismo perché Franco perseguitava il popolo basco: questa realtà non va dimenticata. Ora che la Spagna è una democrazia trentennale, ora che le persecuzioni sono un brutto ricordo per tutti, ora che comincia ad affacciarsi una generazione nata dopo Franco, la necessità di difendersi è caduta.

C'entra sicuramente l'effetto "11 marzo". L'ETA e i suoi simpatizzanti hanno potuto vedere in televisione ciò che un altro terrorismo, molto più potente e organizzato, è stato in grado di fare a Madrid. Può sembrare una banalizzazione (a Enzo Reale pare tale, ad altri pure), ma l'aspetto psicologico è molto importante dentro una lotta non pacifica.
Il punto è che la gente ha visto il terribile terrorismo dei fanatici legati ad Osama Bin Laden e, presso il popolo, ha trasformato ogni possibile, e residuale, simpatia verso l'ETA in una aperta condanna al metodo della violenza.
Naturalmente non è solo questo. Sempre l'informatissimo Enzo Reale, ad esempio, ci dice che il governo di Zapatero, fin dal suo insediamento, ha inteso stipulare trattative segrete con l'ETA, "permettendo così una disgregazione dello Stato spagnolo", giacché l'ETA non si è limitata al cessate il fuoco ma ha incluso la sua speranza all'autodeterminazione del popolo basco.

Sinceramente non capiamo tanta sorpresa in questo. L'ETA non può, e non potrà, diventare un movimento spagnolo. Non è solo "cambiare idea". E' qualcosa di più: è un sentimento di identificazione di un popolo che non si sente spagnolo, ma basco. Sarebbe come chiedere alla SVP di diventare italiana, al Sinn Fein di diventare britannico. L'ETA ci sta solo dicendo che, d'ora in poi e a certe condizioni, non ucciderà più.

E' la terza volta che accade, segno che la dichiarazione serve solo a indicare un percorso, a incominciarlo. Può sembrare, superficialmente, che sia un ricatto: "interrompere le ostilità in attesa di vedere quel che succede e dettare condizioni", scrive Reale citando "Libertad digital" secondo cui le condizioni sono: legalizzare Batasuna (il braccio politico dell'ETA), indire un referendum sull'autodeterminazione e chiudere il cerchio "politico-giudiziario" (cioè liberare i quasi mille militanti dell'ETA in carcere, o qualcosa di simile).
Ma come stupirsi di queste richieste? La resa incondizionata può appartenere soltanto a chi subisce una disfatta, non a chi perde una guerra.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l'ETA ha bisogno di rimanere forte e sostenuta da una consistente minoranza del suo popolo. Solo così potrà poi imporre a chi nutre tuttora sentimenti separatisti una pace vera: se l'ETA si fosse sotterrata sotto la resa incondizionata (zero richieste, cessate il fuoco e anche consegna delle armi), sarebbe forse nata immadiatamente una nuova organizzazione per sostituirla.
L'unico atto aggiuntivo che l'ETA avrebbe potuto compiere (e non ha compiuto) poteva essere una richiesta di perdono per le circa 800 vittime. Questo sì. Ma nulla più, o adesso nei territori baschi non sarebbe improvvisamente più autorevole.

Noi abbiamo solo un altro esempio di irredentismo simile: quello dell'IRA in Irlanda del Nord. E sappiamo che, nel luglio 2005, l'IRA ha finalmente deposto e consegnato poi le armi. Anche in questo caso, non era il primo cessate il fuoco. Altri ve n'erano stati, sotto il governo Major e poi sotto il governo Blair. Quello sotto il governo Major era fallito perché il premier conservatore aveva subìto il ricatto dei partiti unionisti, in grado di far cadere il suo governo da un momento all'altro: e così per un anno e mezzo non si fece assolutamente nulla di concreto per "far rientrare politicamente" l'indipendentismo nord-irlandese (ad esempio, coinvolgendo il partito Sinn Fein nelle trattative sull'Assemblea dell'Irlanda del Nord).
E' vero che tra IRA ed ETA vi è una differenza cruciale: l'ETA rappresenta le istanze di un intero popolo, l'IRA di una minoranza dell'Irlanda del Nord.
Ma alcune fasi del processo sono simili ed è significativo quanto riportato dall'International Herald Tribune:


Time and again the Basque separatists who called their cease-fire in Spain this week identified with the Irish Republican Army and the eerie parallel between the two groups held up over nearly four decades, all the way to what seems to be their mutual oblivion.
Last year, Gerry Adams, the longtime leader of the IRA's political wing, Sinn Fein, visited the Basque country to promote his book and to encourage ETA to negotiate for peace. It now seems plain that the peace deals that the IRA was negotiating were the omen of a similar course for ETA.


L'amicizia tra Batasuna e Sinn Fein (e tra ETA e IRA) è nota da tempo: alcuni, pur senza prove, s'azzardano a dire che ETA e IRA si rifornivano dagli stessi venditori d'armi. E' possibile, ma forse è dovuto solo al fatto che pochi Stati riforniscono di armi i terroristi e i guerriglieri di tutto il mondo.
El Mundo riporta anche l'altra faccia del parallelismo: rivela che Tony Blair e il primo ministro irlandese Bertie Ahern hanno collaborato con Zapatero per tracciare i negoziati che hanno portato al cessate il fuoco dell'ETA.
Infine un sacerdote di Belfast, Alec Reid, noto in Irlanda del Nord per il suo impegno attivo nelle trattative tra IRA e governo inglese, ha incontrato i leaders dell'ETA e ha contribuito a convincerli a deporre le armi.

La palla passa dunque, ora, a Zapatero. Egli dovrà mostrare la fermezza necessaria a far capire all'ETA che questa è una strada di non ritorno, ma necessariamente dovrà anche sedersi al tavolo assieme agli (ex?) terroristi. Noi, che osserviamo tutto da lontano, non dovremmo vedere le trattative come una sconfitta della politica, ma come la sua vittoria: la risoluzione pacifica di un conflitto militare è, infatti, inequivocabilmente una vittoria. La strada è lunga ma dobbiamo solo augurarci che sia percorsa tutta.




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23 marzo 2006

Blair: affrontare le inciviltà che si annidano in ogni comunità

Tony Blair ha tenuto un importante discorso di politica estera l'altro giorno. Il testo completo presenta l'usuale impostazione: da un lato, il premier inglese ribadisce che altro è la religione islamica, altro è il terrorismo che trae false fonti dal Corano; dall'altro, segna la differenza politica tra progressisti e conservatori, che non è, a suo parere, sulla necessità della lotta al terrorismo, bensì sulle opzioni politiche successive: quali attenzioni, ad esempio, alla povertà nel mondo?
Politicamente è un discorso profondo, completo, rivolto al futuro più che al passato.
S'individuano due linee. La prima sta nello spezzare la trappola della contrapposizione tra le civiltà. Dice Blair:


This is not a clash between civilisations. It is a clash about civilisation.

In tal modo Blair tenta di costituire un fronte unitario antiterrorista che coinvolga cristiani, musulmani, fedeli di altre religioni e anche atei e agnostici: molto diverso da chi, sottoponendosi ai proclami dei fondamentalisti arabi, preferisce acutizzare le differenze culturali tra "noi" e "loro".
La seconda linea sta appunto nel "che fare dopo"?


Progressives are stronger on the challenges of poverty, climate change and trade justice.

Questo passaggio serve forse a Blair per rivendicare le differenze con gli avversari interni, in un momento di scarsa popolarità per il suo governo, ma anche per tentare un riavvicinamento con le tradizioni democratiche di sinistra europee, che finora non l'hanno seguito sulla strada della lotta al terrorismo.
Blair sta cercando di spiegare ai suoi compagni del socialismo europeo che, dopo, come progressista lui s'impegnerà sui temi della giustizia sociale per le popolazioni di Paesi come Iraq, Afghanistan ma anche Iran, Corea del Nord e altri.

Tony Blair, nell'illustrare la differenza tra i terroristi che attingono al Corano le fonti del loro terrorismo e i veri islamici, si è lanciato in un pericoloso paragone interno, che non ha mancato di suscitare violente polemiche.
In buona sostanza Blair ha voluto evidenziare che ogni religione ha i suoi fanatici, anche il cristianesimo:


The extremists who commit these acts of terrorism are not true Muslims. (..) They are no more proper Muslims than the Protestant bigot who murders a Catholic in Northern Ireland is a proper Christian. But, unfortunately, he is still a "Protestant" bigot. To say his religion is irrelevant is both completely to misunderstand his motive and to refuse to face up to the strain of extremism within his religion that has given rise to it.

Apriti cielo. Blair non aveva calcolato che il quarto partito britannico, il Dup, è un movimento unionista-protestante nordirlandese fermamente schierato contro ogni forma di dialogo con i nazionalisti cattolici. La reazione di Ian Paisley Jr., figlio del rev. Ian Paisley (capo indiscusso del Dup), non s'è fatta attendere: Blair ha insultato in modo premeditato l'intera comunità protestante dell'Ulster, ha tuonato.
Ma Blair ha ragione. Paisley è a capo di una chiesa (da lui fondata) che definisce il papa "Anticristo" e la Chiesa cattolica "Bestia di Satana". Secondo alcuni documenti pubblicati anche in Italia (cfr. Silvia Calamati, "Irlanda del Nord. Una colonia in Europa"), il partito di Paisley forniva alla terribile Ruc (la polizia nordirlandese) i nomi e gli indirizzi di repubblicani da "punire".
Blair non ha certamente insultato l'intera comunità protestante che vive in Irlanda del Nord, se non altro perché sempre più gente vuole una pacificazione tra le due comunità: basti pensare che a Belfast una coppia su cinque è mista e il dato è in costante aumento. Blair ha invece fatto bene a richiamare il terrorismo interno, di cui tutti i sudditi della Corona ricordano le conseguenze, giacché è proprio da lì che bisogna partire: non si tratta di un conflitto di cività, ma si tratta di estirpare l'inciviltà all'interno delle civiltà.
Il richiamo all'esperienza terroristica interna è forse duro, ma efficace.




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26 febbraio 2006

Per l'Occidente, senza il Manifesto di Pera

In questi giorni, in Tocque-Ville e non solo, è un gran parlare del Manifesto per l'Occidente lanciato da Marcello Pera e sottoscritto, oltre che dalla gran parte dei bloggers di Tocque-Ville, da parlamentari, ministri, intellettuali e cittadini della CdL.
Purtroppo parlarne è difficile: ti danno del sedicente liberale, quando va bene, o anche del suicida o dell'autolesionista o addirittura del folle, in altri casi.

Ora, non ha molto senso ch'io stia a dilungarmi su concetti come relativismo, democrazia, libertà e senso religioso. Altri lo stanno facendo meglio di me.
Ha senso invece prendere una netta (e tocquevillianamente coraggiosa) posizione contro il Manifesto. Ben sapendo che è più facile accorrere a firmare le sue parole d'ordine che cercare di ragionare e di dibattere.
E scrivendo la mia posizione farò un favore all'autore del blog NeoConItaliani, il quale testualmente scrive: «Meglio che altri accentuino le loro diversità, anche perché noi siamo in maggioranza».
Detto fatto, ti accontenterò.

«Il laicismo o il progressismo rinnegano i costumi millenari della nostra storia. Si sviliscono così i valori della vita, della persona, del matrimonio, della famiglia. Si predica l'uguale valore di tutte le culture».

Basterebbero queste parole, inserite nel preambolo, a rendere inaccettabile il Manifesto.
"Laicismo" e "Progressismo" sono infatti, evidentemente, forzature. Nell'intenzione di chi le ha scritte sono le derive negative di "laicità" e "progresso", ma bisogna stare attenti. Il pelo nell'uovo spesso è un inganno verbale.
Oggi colui che afferma principii laici è accusato di laicismo con estrema facilità. Non bisogna accettare questo modo d'imporre le proprie ragioni.
Il laico è colui che rispetta, che tollera. Ragionare laicamente significa analizzare tutte le sei facce del cubo, e non solo la preferita.
Il laicista è - sempre nell'intenzione di chi ha coniato questo fortunato vocabolo - colui che ragiona non laicamente, ma anticlericalmente.
La distinzione semantica fa perdere, però, il più ampio significato del termine "laico", che è tale non solo rispetto al discorso religioso, ma rispetto a qualunque discorso, da quello scientifico a quello sportivo a quello culturale. Laico, ebbene sì, è colui che non tifa, ma rispetta e tollera.
Dunque che il laicismo rinneghi costumi millenari è un po' difficile da dimostrare: primo, perché bisognerebbe capire quanto importante è codesto laicismo; secondo, perché bisognerebbe capire quali siano questi costumi millenari.
Ma ci ritorneremo.

Quanto al "progressismo", è un'altra distinzione semantica sul filo del rasoio. Il progresso, infatti, e non il progressismo è il vero bersaglio del miglior amico di Pera, ovvero Ratzinger. Il quale, nella recentissima enciclica Deus caritas est, parla di marxismo come "forma più radicale della filosofia del progresso" (non "del progressismo"!), volendo ovviamente stigmatizzarla.
Ma noi sappiamo (e lo sa bene anche Ratzinger!) che il progresso straordinario dell'Occidente è nato dal liberalismo. E' stato grazie ad una mentalità liberale che l'Inghilterra ha avuto il primo Parlamento libero d'Europa, ed è stato grazie a questo Parlamento che l'Inghilterra ha potuto rappresentare le istanze di una emergente classe imprenditoriale che ha dato avvio, nel '700 alla Rivoluzione Industriale: ed è stato grazie a questa rivoluzione che il nostro Occidente è quello che è. Un mondo di liberi, un mondo di eguali, un mondo di candidati al benessere.
In questo senso, è vero che il marxismo ha rappresentato la "contestazione interna" del modo di produzione capitalistica: interna perché, senza capitalismo, non avrebbe avuto senso il suo contrario. Interna perché, al contrario degli altri socialismi (utopici), quello di Marx è socialismo materialista, contestualizzato nel mondo occidentale e nel modo occidentale di fare impresa, di generare lavoro, di far crescere la ricchezza e il benessere.
La domanda è: Pera contesta il progressismo o il progresso? Noi non sappiamo rispondere, perché viene sì usato il termine "progressismo", ma con un significato terribilmente simile a "progresso": e sappiamo, però, che Ratzinger, il miglior amico di Pera, si scaglia contro il progresso, non contro il progressismo. Anzi, contro la "filosofia del progresso".
Cioè a dire: non importa come il progresso viene usato, importa che non vi sia la mentalità del suo perseguimento, a priori.
Un ragionamento, questo, terribilmente anti-occidentale.

"Si predica l'uguale valore di tutte le culture", scrive Pera. Ebbene? Ah, sì: è relativismo, questo.
Dunque. Sì, è relativismo. Nel senso che se io incontro una persona che ha una cultura diversa dalla mia (che ne so: ammettiamo che incontro un siriano), devo forse immaginare di essere migliore di lui per questo? Non lo penserei mai.
Mi sento sufficientemente libero dal non farmi condizionare, ma anche sufficientemente libero dall'incontrarlo e ascoltarne le ragioni. Se rifiutassi questo dialogo non mi sentirei libero; se d'altra parte lo accettassi, ma pensando che la mia e la sua cultura, in quel momento, abbiano diverso peso, lo tratterei in modo evidentemente superficiale.
Dovremmo tornare al primo grande occidentale ch'io (ri)conosca, Socrate: il quale, come tutti sanno, avrebbe la sintesi perfetta. Non rinuncerebbe mai, per niente al mondo, ad ascoltare il siriano, come se fosse il siriano ad avere qualcosa da insegnare a lui. E poi condurrebbe il ragionamento a un filo comune, umano.
Non v'è ragione perché io debba sentirmi diverso da uno straniero-estraneo, come anche non v'è ragione perché si debba cercare l'appiattimento. Essere differenti è bello se e solo se ci si incontra: quando ci si scontra, forse, non è bello per nessuno, umanamente parlando.

Nel seguito del Manifesto, non è tutto da buttare via. Ma i Manifesti servono a poco quando non sono chiari. E non è chiaro il punto sulla religione: «Siamo impegnati a riconfermare la distinzione fra Stato e Chiesa, senza cedere al tentativo laicista di relegare la dimensione religiosa solamente nella sfera del privato». Anche in questo caso c'è di mezzo il "laicismo": e basta! E' una vera ossessione anti-laica.
Spesso si dice che il cardinale Ruini, come cittadino italiano, ha pieno diritto ad esprimere pubblicamente la propria opinione e valutazione. Ruini è però anche il presidente dei Vescovi italiani.
Il ragionamento è lo stesso che si applica per Calderoli e le vignette, o per un qualunque pm di sinistra e la giustizia. Ha senso che Calderoli-cittadino indossi la t-shirt con le vignette? Sì. Ha senso che Calderoli-ministro faccia ciò? Assolutamente no: come ministro non deve permettersi questa libertà di remare contro la politica estera del suo governo in modo così sfacciato. Stop.
Ha senso che Ruini, come cittadino e come cardinale, prenda pubbliche posizioni? Sì, ha senso. E' esattamente come per i preti no-global: anche loro hanno questo diritto. Come si vede, non c'è quindi alcun tentativo di relegare la religione alla sfera privata: i religiosi possono, devono anzi, prendere pubbliche posizioni.
Non possono, però, prendere posizioni in qualche modo politiche. Non perché qualche legge, morale o temporale, glielo vieti; ma perché le ragioni della Chiesa, e soprattutto la sua Fede, non si difendono nell'agone politico, ma in un agone superiore e migliore. Socrate insegnerebbe anche questo, a Ruini e ai preti no-global.
La mia personale valutazione in merito è che sia colpa della politica, se appare che Ruini e i preti no-global siano liberi di prendere posizioni politiche: è colpa di quella politica che, appena parla un prete o un cardinale, ne ha soggezione. E applaude, e si rifà, e si tira indietro. Come quando Giovanni Paolo II parlò al Parlamento italiano di amnistia, con uno dei suoi discorsi schietti, semplici, di una forza morale devastante. Lo applaudirono tutti i politici, lì e fuori di lì. Ma l'amnistia non si fece, perché mancava la reale volontà politica di farla.
I politici, in quell'occasione, presero in giro la figura del papa e soprattutto, il che è più grave, la sua forza morale; ma se si va a rileggere il suo discorso, si vede con chiarezza che il papa parlò pubblicamente, ma non politicamente.
Anziché distinguere tra "laicità" e "laicismo", sarebbe quindi bene distinguere tra "sfera pubblica" e "sfera politica".

Non mi dilungo oltre, sebbene abbia ancora da dire qualcosa sul Manifesto. Ora è tempo di chiudere, ma prima un'ultima annotazione.
L'Occidente è il terreno e la patria della libertà, della democrazia (formale, istituzionale e sostanziale), della tolleranza e anche, vivaddio!, del progresso economico (e quindi sociale, e non viceversa). Negare ciò snaturerebbe l'Occidente in modo irrimediabile.
La nostra grande forza è essere usciti da due guerre mondiali e dal secolo dei totalitarismi senza le "ossa rotte", la nostra grande forza è avere prodotto un Occidente di pace e di rispetto.
L'identità occidentale, che Pera vorrebbe far risalire a una tradizione millenaria, è un concetto piuttosto pericoloso: in realtà, i popoli d'Europa sono in litigio da sempre, ma hanno smesso di litigare nell'ultima metà del XX secolo. L'unità occidentale è partita dagli intellettuali nel XVIII secolo al fine di formare le nazioni così come (più o meno) le conosciamo oggi.
A ben vedere, ma questo andrebbe approfondito, l'Europa ha smesso di litigare quando le nazioni si sono concretizzate senza dominii le une sulle altre. Non è un caso che i focolai di guerra (dall'Irlanda del Nord ai Paesi baschi a quelli balcanici) siano sorti proprio dove alcuni si sentono oppressi da altri.
Nessuno vuole negare che l'Occidente, da duemila anni, sia cristiano: così come nessuno vuole negare che il cristianesimo sia una grande religione di pace e di tolleranza. Nonostante i gravissimi episodi di intolleranza cristiana. Solo che non è dal cristianesimo che si può costruire una risposta al pericolo dei fondamentalismi (religiosi, ma anche culturali, economici e sociali).
La risposta più grande che l'Occidente può dare è quella che ha permesso un Occidente di liberi ed eguali: la nostra libertà, la nostra democrazia, la nostra tolleranza.




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18 febbraio 2006

Tutto il governo contro Calderoli

Dal ministro Roberto Calderoli dovevamo aspettarcelo. L'altro giorno ha indossato una t-shirt con la fatidica vignetta del kamikaze che, giunto in Paradiso, si sente dire che le vergini son finite.
La reazione in Libia è stata violentissima: manifestazioni contro il consolato italiano a Bengasi che sono sfociate in undici morti e più di venti feriti.
Strano modo di reagire in verità.
A me pare una sorta di gioco delle parti condotto unilateralmente. Spiego: quando, mesi fa, il presidente iraniano aveva incominciato la sua battaglia verbale contro lo Stato d'Israele, ci ritrovammo - a Milano, a Roma, in altre città - a manifestare la nostra disapprovazione sotto le sedi diplomatiche iraniane.
Le nostre proteste sono state assolutamente pacifiche, senza nemmeno i cortei a Milano, dove la prestigiosa sede di Piazza Diaz si presta piuttosto a un presidio fisso.
Nessuna violenza, nemmeno verbale, nei confronti dell'islam: a manifestare era gente comune. E se a Roma si sono viste bandiere di partito, a Milano nemmeno quelle.
Eppure, in Iran ci si scandalizzò perché protestavamo.

Quando loro si sentono invece in diritto di protestare, lo fanno in questo modo violento: assaltando le ambasciate e morendo, mentre per ora le forze dell'ordine dei paesi islamici si sognano dal prendere le parti dei manifestanti.

Ma c'è un altro fatto. Contro chi protestavano? Contro il governo italiano?
Non può essere: Silvio Berlusconi, capo del governo italiano, aveva chiesto immediatamente a Calderoli di dimettersi. Gianfranco Fini, ministro degli esteri, aveva invitato Calderoli a tenere un comportamento "serio e responsabile", e adesso chiede dimissioni immediate.
Insomma, il governo italiano ha una linea opposta a quella del suo ministro che indossa la vignetta.
E allora, con chi ce l'hanno?




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10 febbraio 2006

Vignette anti-Maometto pubblicate in Egitto

Le incriminate e contestate vignette che offenderebbero Maometto stanno scatenando la "rivolta" antioccidentale nei Paesi islamici. Come si sa, si assiste a scontri, violenze, assalti alle sedi diplomatiche e anche a qualche omicidio.
In questi mesi le vignette in questione sono "girate" su alcuni quotidiani scandinavi. L'ex direttore del settimanale conservatore "Spectator" ha scritto di non averle volute pubblicare non tanto per il comunque ovvio rispetto alle religioni, ma per paura.
E la paura è probabilmente una chiave per interpretare le scelte di suoi colleghi, che non hanno ritenuto il caso di pubblicarle.

Grazie a un giornalista del "Time", però, ora si viene a sapere che lo scorso ottobre le vignette sono state pubblicate in Egitto.
Senza che nessuno avesse da ridire.




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27 novembre 2005

An contro Oriana Fallaci

La destra non è tutta uguale. Confesso però che temevo lo fosse, almeno nell'atteggiamento verso Oriana Fallaci, scrittrice di estrema sinistra ora odiata dai suoi vecchi compagni e amata, miracolosamente, da chi l'odiava prima: quella destra neocon che di "conservatorismo compassionevole", talvolta, sembra non avere assolutamente nulla.

Erano appena saltate in aria le Torri Gemelle e il direttore del Corriere chiese alla Fallaci di uscire dal silenzio mediatico per scrivere un articolo, dato che la famosa scrittrice viveva proprio a New York. Me li ricordo i commenti dei neocon prima che l'articolo fosse pubblicato, e sono commenti qui irripetibili verso una grande scrittrice per giunta malata di cancro.
Poi l'articolo fu pubblicato e, sorpresa!, tutti i neocon si schierarono a difesa della grande scrittrice.

Il resto lo conosciamo bene: la Fallaci, galvanizzata dal successo delle sue tesi, ha continuato a recitare le sue litanie contro l'islam, contro i no global e contro tutti i suoi ex compagni. Lo ha fatto con stile, con intelligenza, ma lo ha fatto. E chi ci segue si sarà accorto del nostro silenzio su questa donna energica, che sa il fatto suo e sa scriverlo molto bene, ma le cui tesi non possiamo sposare.
Così, mentre tutta la destra italiana sembrava ergerla a idolo (e sperava di farne un senatore a vita), abbiamo rispettato la consegna del silenzio.

Ma stamattina ci siamo resi conto che, per fortuna, la destra non è tutta uguale. C'è anche una destra che ha il coraggio intellettuale (e politico, e giornalistico) di contestare le tesi di Oriana Fallaci: e a questo punto, dato il brulicare di blog a favore, noi ne diamo conto.

L'articolo che ci ha permesso di rompere il silenzio è stato pubblicato nientemeno che sul "Secolo d'Italia", il quotidiano di An, venerdì 25 novembre 2005. S'intitola "E' tutta un'altra la tradizione della destra" e lo firma Luciano Lanna.
Lo si può leggere online qui:
prima parte: clicca
seconda parte: clicca.

Riporto solo questo brano:

Il problema riguarda la capacità della destra italiana di rivendicare fino in fondo la sua storia profonda e la sua identità senza accodarsi – per superficialità mediatica e scorciatoia propagandistica – a mode passeggere come il fallacismo o la vulgata teo-con. Soprattutto non confondendo l’adesione a una visione del mondo non-illuminista con frettolose sintesi para-ideologiche dal taglio estremistico. Oriana Fallaci
(come Ida Magli) tendono infatti a semplificare tutte le sfide e i conflitti della nostra epoca nella chiave di uno “scontro di civiltà” manicheisticamente inteso. In questo quadro l’Occidente diventa una sorta di fortezza assediata da presunti nuovi barbari.
Ma è una chiave – che sulle orme di Samuel P. Huntington – serve solo a esasperare i conflitti impedendo, di fatto, di intervenire sulle situazioni inedite che chiedono, invece, alla politica di essere governate. Da queste semplificazioni nasce l’eresia “cristianista” degli atei devoti che, sul modello della Fallaci, pur restando intrinsecamente laici e illuministi, si aggrappano agli aspetti esteriori del cristianesimo per una battaglia sostanzialmente a-religiosa, aggressiva e intollerante.
Diventa attuale, allora, la lezione di Simone Weil, secondo cui «se non si può costruire un metodo per credere in Dio, ci si deve comunque sentire obbligati a non credere agli idoli». E degli idoli evocati dalla Fallaci e dai neo-con non ha proprio
bisogno la destra italiana. L’Italia, ricordiamolo, è da sempre terra della polifonia tra identità diverse e della vocazione romana ed europea all’accoglienza e alla sintesi.

Aspettavamo queste parole da tanto tempo, finalmente sono arrivate.




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29 ottobre 2005

Berlusconi: non volevo la guerra in Irak

Scatenerà accese polemiche l'intervista che Silvio Berlusconi ha appena concesso a La7, e che andrà in onda lunedì.
Il premier afferma, in sostanza, che non voleva la guerra in Irak e che ha tentato di convincere Bush a non farla.
Ha dichiarato Berlusconi: "Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa". E' questo forse il passaggio più importante dell'intervista.
Una frase che riporta di prepotenza il premier tra i liberali veri e coraggiosi, e soprattutto tra coloro che antepongono il pensiero alla forza.
Noi avevamo già mosso qualche osservazione alla gestione della crisi in Irak anche in riferimento alla riconferma di Bush, e naturalmente il nostro punto di vista è diverso da quello dell'estrema sinistra italiana che inneggia alla resistenza irachena.
Ora che il popolo d'Irak ha votato a favore della nuova Costituzione, possiamo augurarci che presto tutto finisca.
Il terrorismo però non è stato battuto e i lunghi assedi, alla lunga, logorano anche gli assedianti.




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13 settembre 2005

Belfast, le violenze non hanno fine


Belfast: murales unionista-lealista a Shankill Road

Ancora scontri nel capoluogo dell'Irlanda del Nord. Ancora violenza. Eppure è da qualche anno, ormai, che i Troubles sono terminati, che la situazione è più tranquilla.
Per giunta, il gruppo terroristico di stampo cattolico-indipendentista (l'Ira) sta incominciando il processo di deposizione totale delle sue armi. Ne abbiamo già parlato.
E allora che cosa succede?
Succede che le violenze di parte protestante non sono finite, ma, semmai, sono ora limitate a piccole scaramucce in cui, talvolta, ci scappa il morto. Ce lo documenta il Sinn Fein, il partito cattolico più vicino all'Ira.
La tensione, insomma, pur diminuita, non è cessata.
Ai protestanti non va giù, in particolare, che il governo Blair abbia deciso di dare grande credito alla decisione dell'Ira di "terminare la battaglia armata" allentando da subito i controlli di polizia su Derry e Belfast.

Stavolta però è successo quello che non doveva succedere. Nella notte tra il 10 e l'11 settembre vi sono stati scontri violentissimi tra i lealisti protestanti e la polizia. Tutto perché al tradizionale corteo in ricordo di Guglielmo d'Orange (che aveva occupato l'Irlanda del Nord dando inizio al dominio inglese) non era stato permesso di attraversare il quartiere cattolico di Springfield Road: le autorità di Belfast, in pratica, si erano semplicemente rifiutate di permettere una provocazione bella e buona.

Il risultato? Gli scontri più violenti degli ultimi anni. Un'intera notte di guerriglia urbana. Poliziotti feriti. Autobus bruciati. Scoperti sei laboratori clandestini per fabbricare armi. E tanta paura.

E tutto ciò è un vero peccato. Belfast è cambiata molto. Non è più una città povera. E' una città viva. Per certi versi più viva di Milano. La sua economia è in forte crescita, le offerte culturali anche. E i nord-irlandesi sono gente ancora più ospitale dei proverbialmente ospitali irlandesi. Visitare Belfast, ma anche viverci, a sentire i racconti di chi ci vive, è un'esperienza che lascia il segno.
Sembrava che l'ostacolo maggiore alla serenità fosse l'attività militare dell'Ira. Ora questa scusa non esiste più.
Sopravvivano i murales contrapposti, come quello della fotografia che ho scattato nella famosa Shankill Road. Sopravvivano pure i segni di guerra civile. Ma finisca, una volta per tutte, questa assurda telenovela di cui i nord-irlandesi, per primi i giovani, ma non solo, si sono in massima parte stancati.




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23 luglio 2005

Come se a Milano non soffrissimo già abbastanza di ansia

Io lo prendo il volo.
Alla fine lo prendo.
Non devo andare a Sharm o a Londra o a Baghdad o a Tel Aviv.
Devo andare in un luogo che in teoria è più tranquillo.
E parto da Orio al Serio.
Insomma, we're not afraid, no?

Col cazzo.
La paura ce l'abbiamo tutti. Abbiamo paura del quartiere di case popolari pieno di macellerie islamiche. Abbiamo paura della metropolitana di Milano. Abbiamo paura anche di Orio al Serio.
Ci hanno messo l'ansia, come se qui a Milano non ne avessimo già abbastanza.

Rileggo vecchi appunti. Appunti di quando questo blog è iniziato. Appunti di anni fa. Ho una sigaretta accesa tra le dita, viene dall'Ungheria, fa schifo e butterò il pacchetto. Ho la finestra aperta e il buio questa sera non è ancora sceso.
Ho la musica heavy metal che è perfetta quando non si vuole pensare a nulla.
Ho vecchie fotografie nel cuore, se fossi un'altra persona direi che sono pieno di presentimenti.
Ma io non sono superstizioso.

E' chiaro che davanti a queste sensazioni la resa dei conti in AN o Vieri che passa al Milan o gli U2 che fanno il pieno a San Siro sono cose da niente.
E' in questi momenti che dovremmo trovare la vera unità, che dovremmo sentirci gli uni amici degli altri.
E' in questi momenti che dovremmo volerci bene.

Io non voglio scrivere lettere d'addio, ma adesso mi verrebbe solo una lettera d'addio.
E quindi non scrivo più.




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17 luglio 2005

Vittoria del terrorismo: Francia e Olanda sospendono Schengen

La decisione di Francia e Olanda di sospendere il trattato di Schengen, sia pure per un tempo limitato, è una chiara vittoria del terrorismo internazionale.
E' peraltro paradossale che proprio questi due Paesi abbiano deciso di operare una scelta tattica di questo tipo. Infatti le cronache dimostrano ampiamente che i terroristi, particolarmente in Francia e Olanda (ma anche in Italia, in Germania, in Spagna) sono già stazionati nei Paesi che intendono colpire: si veda l'uccisione del regista Van Gogh.

Ma preoccupa ancora di più il significato simbolico di questa decisione che, presa unilateralmente, significa l'inizio della disgregazione dell'Europa.
La vittoria dei "NO" francese e olandese contro la Costituzione europea era infatti un passaggio più definito e limitato. Qui si spezza la base dello stare insieme, del sentirsi uniti.
Schengen, ovvero l'annullamento delle frontiere interne all'UE, è il simbolo dell'unità europea. Davanti a drammatici avvenimenti, alcuni scelgono di tornare indietro, anziché andare avanti.
E invece è necessaria una risposta unita e comune, perché gli estremisti islamici non stanno facendo tanta differenza tra spagnoli, italiani, tedeschi o inglesi. Prima uno poi l'altro, tutti i Paesi rischiano di essere colpiti.

L'Europa, dal 2001 a oggi, si è voluta sentire moralmente migliore degli Usa, ma non lo dimostra. Si è innalzata sul podio della sua civiltà, così antica, così ricca di storia, ma da questa non sta prendendo spunto per agire. Anzi, si ritrae, disperata e impaurita.
E fa il gioco dei suoi nemici. 




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8 luglio 2005

London Calling (and the Aftermath)

"London calling to the faraway town, now that war is delcared and the battle comes down", cantavano i Clash nel 1979, quattro ragazzi del proletariato londinese che si apprestavano a far fortuna con la musica punk, e a riascoltare quelle frasi oggi si prova un certo sgomento.
Non è più la guerra metaforica delle costrizioni sociali e della povertà degli operai, è la guerra vera, che si combatte con le armi, seminando morti e soprattutto, il che - permetteteci - è ancora peggio, terrore.

Terrore. E' dall'11 settembre 2001 che siamo nel terrore. Un sentimento che provoca disagio sociale perché coinvolge indistintamente tutti e condiziona la vita quotidiana. Il senso di insicurezza nel prendere la metropolitana, l'aereo, il treno, perfino l'auto privata si trasforma in ansia collettiva. A questo bisogno di rassicurazione non è stata ancora trovata una risposta esaustiva. Come fosse una micidiale malattia trasmissibile, più ancora micidiale che l'aids o l'epatite, il seme del terrore serpeggia dentro tutti noi e ci rende insicuri.

La società occidentale è minata nel suo profondo, proprio per questo. La paura può diventare veramente una compagna quotidiana e per molti la è già. Su questo piano è come se il terrorismo avesse già vinto una battaglia. Ci costringe ad avere paura.

Per fortuna, sul piano dei princìpi la battaglia è per ora alla pari. Il terrore delle bombe, dei kamikaze, degli aerei che crollano sulle Torri Gemelle e degli autobus sventrati non è ancora riuscito a minare il senso identitario dell'occidente democratico-liberale. Il G8 non interrompe i lavori e anzi raggiunge unità d'intenti e importanti accordi in un solo giorno. Dalla Londra ferita alla Parigi preoccupata, dalla Berlino spaventata alla Roma in pensiero, nel "day-after" gli uffici non restano vuoti, le scuole funzionano come sempre, la circolazione dei mezzi e delle persone è immutata. Le piazze finanziarie tremano ma si riprendono subito: più uno a Milano, più zero virgola ottanta a Londra, e lo stesso a Zurigo, New York, Francoforte. La classe politica occidentale parla con toni plurali (e questa è la ricchezza della nostra società), ma resta ferma nella condanna senza attenuanti (e questa sarà la nostra forza).

"When London falls and you're still alive", cantavano i REM nel 2004, tre adulti americani che si sono interrogati sulla violenza del mondo contemporaneo.
Non c'è stata isteria nella popolazione, ma c'è stato sconcerto. Gli occhi di chi è ancora vivo di fronte a una città "che cade", ma non muore, anzi. Gli occhi di chi c'è ancora e i fiori presso il sepolcro di chi non c'è più. In queste ore le fotografie fanno il giro del mondo e ci danno questa reazione. Ma qual è quella necessaria? Quella a lungo termine?
Non è, ovviamente, una rappresaglia isterica contro i musulmani delle nostre città. Ma non è nemmeno l'acquiescenza o la fuga, che sono parole meschine, che non ci appartengono.

Forse questo terrore ci sta restituendo, lentamente, l'orgoglio di sentirci occidentali. L'affinamento della strategia nella lotta al terrorismo deve coinvolgere tutti, fin da subito. Dobbiamo affidarci alla nostra volontà, chi crede si rifugerà nella preghiera, ma qui c'è una guerra e non l'abbiamo dichiarata noi, anche se i no-global vorrebbero farci credere di sì.
Questa guerra non l'abbiamo voluta noi che, in Europa, abbiamo visto due guerre spaventose in trent'anni, nel XX secolo, due guerre che ci hanno dilaniati. Questa guerra non la vogliono gli europei che dal '45 hanno costruito, faticosamente, un'Europa di pace.
Questa guerra, non convenzionale perché chi attacca colpisce senza avvisare, senza far prevedere nulla, non l'abbiamo voluta noi. Ma ci siamo dentro e abbiamo il dovere morale di trovare le armi giuste per combatterla.

Il problema è che, forse, queste armi, per ora non le abbiamo trovate.




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25 maggio 2005

India, Cina, Russia: l'Asia si unisce

Dopo l'11 settembre 2001, tutto il mondo sembrava volersi impegnare nella lotta contro il terrorismo, con poche eccezioni.
Oggi, a fine maggio 2005, la prima visita di un capo di Stato indiano a Mosca segna un punto di svolta e insieme l'ennesima dimostrazione che gli equilibri internazionali sono roba da non lasciare nelle mani dei falchi ad ogni costo.
Lascio al "Sole 24 Ore" la descrizione di questo incontro storico, cito soltanto questa affermazione dell'ambasciatore russo a New Dehli:
"gli interessi nazionali dei tre stati [Russia, Cina e India, n.d.r.] coincidono per quanto riguarda l’assunzione delle realtà del mondo contemporaneo, dei compiti delle Nazioni Unite, del diritto internazionale e dell’economia. Inoltre, India e Cina hanno bisogno di carburanti. La Russia può giocare in questo la sua parte".

L'Occidente aveva in mano il mondo, da un certo punto di vista. E, per la prima volta, si sarebbe potuto trattare di un "dominio" non imperiale, checché ne dicano.
Siamo riusciti, nel giro di pochi anni, a sovvertire la situazione in favore di tre stati che di struttura "liberal-democratica" non hanno quasi nulla.

Un "bel" successo per i falchi.




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24 aprile 2005

La democrazia non è arrivata a Kabul

La democrazia è un concetto discusso, anche a livello teorico. In generale però si accoglie oggi una definizione allargata di democrazia, che non include solo la partecipazione generale al voto per la scelta di chi governa, ma anche alcuni diritti fondamentali e una concezione di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, senza considerare le differenze di sesso, età, religione, idee, ceto e via dicendo.

Ci hanno detto che "enduring freedom" doveva essere la campagna mondiale per condurre alla democrazia quei popoli assoggettati a regimi da un lato tirannici, dall'altro lato pericolosi per la stabilità dell'ordine mondiale.
Com'è noto, gli Stati Uniti si sono occupati di guidare questo processo, che non è ancora terminato e che ha avuto il suo inizio con la campagna militare in Afghanistan per catturare Bin Laden e per deporre il regime talebano.

La campagna afghana ha avuto "successo": i talebani sono oggi sconfitti, Bin Laden è fuggiasco o defunto, si è insediato un governo eletto dal popolo. Ma la democrazia, in senso lato, non è ancora arrivata a Kabul.

Oggi si è avuta notizia della prima condanna alla lapidazione da quando i talebani sono stati deposti. Si tratta di una ragazza di 29 anni, sposata, condannata a morte per adulterio.
La condanna è stata eseguita in pubblico direttamente dal marito.
Nel frattempo, l'amante della ragazza ha ricevuto cento frustate ed è stato poi liberato.

Che ne è stato di "enduring freedom" e della democrazia?




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17 aprile 2005

Turchia sì, Turchia no

Nel dibattito europeo, ogni tanto spunta la questione turca.
Si sa che sono state appena avviate le trattative bilaterali Ue-Turchia per l'eventuale ingresso della seconda nella prima.
Questo ingresso non avverrebbe prima del 2008-9, e ciò vuol dire molto tempo a disposizione per dipanare le oggettive diversità, almeno quelle più gravi.
In Italia, alcuni movimenti politici hanno preso una rigida posizione contro l'ingresso della Turchia nell'Unione europea.
Tra questi ricordiamo: Forza Nuova, Lega Nord, Liberali per l'Italia.
Tra le personalità di spicco che, invece, vedono con favore il processo d'integrazione fra l'Ue e la Turchia, e non certo per simpatie verso l'islam, vi è Emma Bonino, grande conoscitrice dei paesi musulmani. In un'intervista al "Sole 24 Ore", pubblicata oggi, ha dichiarato:

Al di là della povertà e dei problemi demografici, lo scetticismo è scaturito soprattutto dalla diversità che rappresenta questo Paese. Per contro credo che l'ingresso di Ankara sia importante esattamente per questo motivo. L'Europa è prima di tutto un progetto politico. Non dobbiamo poi trascurare che la Turchia, Paese musulmano e laico nelle sue istituzioni, potrebbe rappresentare uno strumento di grande aiuto nel dialogo con i 20 milioni di musulmani che vivono in Europa.

Ma quello che più mi stupisce è tutta questa paura dell'Europa nei confronti dell'islam: è come se il Vecchio Continente si sentisse in qualche modo debole di fronte ad ogni possibile (attenzione: "possibile") nemico.
Immemore della sua tradizione di storia e cultura, l'Europa appare un gigante dai piedi d'argilla: e temo che presto non sarà nemmeno un gigante.




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5 marzo 2005

La liberazione di Giuliana Sgrena, tra la vita e la morte

A voler essere dietrologi, il signore col montone che m'aveva apostrofato perché leggevo un gornale di merda ha ragione. Non perché fosse un giornale di merda, ma per quella sua frase sugli americani che vogliono il silenzio-stampa sull'Iraq e quindi fanno rapire i giornalisti di sinistra.
Pier Scolari, compagno di Giuliana Sgrena, definisce senza mezzi termini "agguato" il fuoco di trecento pallottole scagliato dagli americani contro l'auto in cui viaggiava appunto la Sgrena, appena liberata, assieme ad agenti del Sismi, uno dei quali, Nicola Calipari, è morto per questo.
Il Sismi stesso smentisce che possa trattarsi di un agguato, ma la dietrologia incombe: gli americani volevano far fuori la Sgrena appena liberata, trecento pallottole non possono essere un errore, e via dietrologando.
Vedremo, anzi leggeremo domai sul "Manifesto" la cronaca della Sgrena, per capire se la giornalista sa qualcosa che non dovrebbe sapere.
Istintivamente, però, crediamo si sia trattato di un tragico errore.
Da qualche parte, stamattina, online, avevo infatti letto che l'attuale corrispondente del "Manifesto" in Iraq sostiene che gli americani, calate le tenebre, sparano su tutto ciò che si muove, perché altrimenti non riuscirebbero a tenere l'ordine.

Gli inquirenti risolveranno questo inghippo, in tutti i casi oggi è giorno di festa, una festa mesta e morigerata. Siamo tutti felici perché la Sgrena è stata liberata ed è ora in salvo. L'episodio "a margine della liberazione", la morte di Calipari, vale a ricordarci innanzitutto il lavoro incessante dei nostri agenti per salvare gli italiani coinvolti in queste situazioni, e poi che lo scenario iracheno rimane drammaticamente instabile.




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2 marzo 2005

Libano, che stia partendo un 1989 del mondo arabo?

I giovani libanesi che in questi giorni stanno manifestando per la pace e per la reale indipendenza del proprio Paese dimostrano che qualcosa di molto grande sta succedendo nel mondo medio-orientale.
La particolarità del Libano è nota: un Paese teoricamente pluralista, che rispetta le due religioni predominanti (musulmana e cristiana) fin dalla Costituzione, ma che è attualmente in regime di semi-occupazione siriana.
I giovani libanesi non ci stanno e, dopo l'assassinio del capo dell’opposizione Hariri, sono scesi in piazza. Di più: Al Jazeera e altre televisioni arabe stanno trasmettendo di continuo le immagini di queste manifestazioni.
Tutto si può collegare alla svolta a sorpresa del presidente egiziano Mubarak che ha promesso più democrazia interna. L'effetto domino è riconosciuto da Silvio Pergameno su "Nuova Agenzia Radicale", ma c'è chi osa di più e si spinge a paragonare il 2005 del Medio Oriente al 1989 dell'Europa dell'Est.
E' questa la linea di Mara Gergolet sul "Corriere della Sera", che pure riporta le perplessità in tal senso che provengono da vari politologi egiziani ("Il Libano - avvertono - sta solo cercando di liberarsi della Siria, è quindi un problema tutto locale") e anche da alcuni quotidiani, come "Liberation", schierati contro la guerra e l'intervento occidentale e quindi ben poco propensi (in questa fase) a vedere segnali di cambiamento in senso democratico nel mondo arabo.
Ma Mara Gergolet ricorda che, nel 1987, Ronald Reagan, da presidente degli Stati Uniti, si recò a Berlino e - davanti alla Porta di Brandeburgo - disse: "Mr. Gorbaciov, apra questa porta".
Tutti bollarono come anacronistica la richiesta reaganiana, eppure bastarono due anni perché s'avverasse.




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15 dicembre 2004

Fini e le bandiere rosse cinesi

"L'ultimo Gianfranco Fini: sull'attenti davanti alle bandiere rosse, mentre ascolta l'inno cinese suonato dalla banda dell'Esercito di Liberazione Popolare, nel Palazzo dell'Assemblea del Popolo in Piazza Tienanmen.".
(dal blog di Federico Rampini).

Già. Quello del ministro degli esteri è proprio un mestieraccio. Ti costringe a ingoiare dei rospi pazzeschi. Non è un segno dei tempi, ma una necessità.
Checché ne dicano la Lega e Tremonti (pur con qualche ragione), con la Cina (e non contro la Cina) dobbiamo avere a che fare.
Del resto, i cinesi stanno letteralmente esplodendo in quanto a capitalismo. Come ognuno sa, il capitalismo non regge a lungo senza libertà.
Questo è il nodo, vedere se nei prossimi anni l'establishment cinese saprà creare una struttura democratica in modo indolore (senza rivoluzioni, sommosse, colpi di Stato e via dicendo).
Per il momento, il nostro ministro degli esteri non può far altro che guardare le bandiere rosse sventolanti. Durerà poco.

(da un commento al blog di Federico Rampini):
"il ministro degli esteri di Vienna non penso che se la meni piu' di tanto per le parole antiaustriache dell'inno di Mameli.".




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11 settembre 2004

Undici Settembre




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13 luglio 2004

Dal multiculturalismo alla vera integrazione

Come sempre, Harry mi porta a riflessioni interessanti. Stavolta il tema è il multiculturalismo e il casus è la decisione del liceo delle scienze sociali Agnesi, di Milano, di istituire, il prossimo anno scolastico, una prima classe per soli mussulmani.
Il motivo di questa scelta è la presenza, a Milano in Via Quaranta, di una scuola media inferiore clandestina, gestita da islamici e frequentata da circa 400 ragazzini/e di fede mussulmana. Il problema è che
i genitori di questi ragazzi, finita la scuola media clandestina, non desiderano che i loro figli (e soprattutto le loro figlie) si iscrivano a scuole superiori italiane: dunque, o li mandano a studiare nei paesi d'origine (in prevalenza Egitto), o per questi ragazzi gli studi terminano col diploma di scuola media inferiore (conseguito da privatisti).

Di qui, il dibattito sul multiculturalismo. Harry, molto giustamente, avverte la necessità di distinguere tra due parole che spesso (e male) vengono usate come sinonimi: multietnico e multiculturale. In realtà, la società multietnica preesiste a un'eventuale società multiculturale. La multietnicità è un fatto; il multiculturalismo è una delle sue conseguenze. Non l'unica possibile.
E' un tema che m'interessa molto, e vedrò di dare qualche linea di riflessione.

Oggi, si parla di società multietniche e/o multiculturali in termini d'immigrazione; ma storicamente il concetto nasce durante il periodo coloniale. La società multietnica esisteva in seguito a una conquista: è quindi stata la prospettiva di popoli autoctoni che si sono visti conquistare da stranieri.
La "soluzione" del problema multietnico era, com'è noto, piuttosto sbrigativa: gli autoctoni venivano talora convertiti in massa alla cultura del conquistatore, talaltra relegati nelle riserve, ove potevano conservare la loro cultura (con molti vincoli, peraltro) ma non potevano "mixarla" con quella dei conquistatori. Ugualmente, laddove la soluzione è consistita nella "conversione", un qualche scambio reciproco c'è stato.
Che, comunque, in un modo o nell'altro sopravvivessero due culture a fronte di due etnie è abbastanza noto.

Gli Stati Uniti (accantonato da tempo il "problema dei pellirossa", sic!, con le riserve) furono il primo Paese ad affrontare la questione delle etnie o giunte con l'immigrazione (da ogni dove), o derivate dalla discendenza degli schiavi. Nei primi decenni del XX secolo elaborarono il modello del melting-pot, ovvero del mix: s'intendeva fondere, letteralmente, le diverse culture per formarne una nuova, prima non esistente. L'obiettivo era l'uguaglianza finale. "Vai a chiedere a tua madre, senti cos'ha da raccontarti, quanto è grandioso essere americana e anche qualcos'altro, in second'ordine... non importa la tua pelle, non importa la tua origine o la tua religione, ci si getta tutte dentro il grandioso melting pot".
(Per una rivisitazione in sei parti: "
Il mito del melting pot").

Il modello del melting pot è risultato fallimentare: dall'uguaglianza finale, l'enfasi è stata così posta sulla tutela delle differenze di partenza: è questo il cosiddetto pluralismo culturale, difeso tra l'altro dall'
Unesco (cfr. art. 2) e anche, inaspettatamente, dal ministro Letizia Moratti (cfr. il punto 2). E' però probabile che in questi casi il pluralismo culturale sia stato confuso col multiculturalismo. Il pluralismo culturale, infatti, tende a rimanere "plurale" nell'ambito privato, mentre la cultura maggioritaria prevale nell'ambito pubblico: è il caso della Francia che vieta oggi l'ostentazione pubblica di un qualunque simbolo religioso.

Il modello del multiculturalismo prevede invece una relativizzazione che investe anche l'ambito pubblico. E' il caso dell'Inghilterra (e specialmente di Londra) nel XX secolo. E' il multiculturalismo a creare i "ghetti", i quartieri divisi per etnie, in nome di un'estremizzazione del relativismo dei valori.
Grazie a
Zadie Smith, e al suo dettagliatissimo romanzo "Denti bianchi", noi possiamo quasi toccare con mano che cosa significa, in concreto, vivere nella Londra multiculturale di oggi. Forse l'effetto non era voluto dall'autrice, ma nei fatti noi constatiamo il fallimento del multiculturalismo che alla lunga procura fratture insanabili proprio in nome della non-eliminazione delle differenze.

Il multiculturalismo è - in pratica - il contrario dell'integrazione: si veda cosa scrive
Stefano Magni in proposito. Ma non solo: il multiculturalismo, rifiutando a chiare lettere l'integrazione (vista come omologazione negativa), pone un problema fondamentale nell'interpretazione dei diritti umani. Ovvero: quanto sono leciti i "diritti umani" in quanto "universali"? La domanda non è affatto minima. I pensatori di sinistra, infatti, dibattono oggi tra loro soprattutto su questo. E non manca chi, appunto da sinistra (!), in nome della difesa a oltranza del multiculturalismo, arriva ad affermare la necessità di ridefinire i diritti umani in termini non universalistici
Si legga
Susan Mollen Okin per quanto riguarda la domanda se il multiculturalismo danneggi i diritti delle donne. La Okin pone l'accento su una questione fondamentale del dibattito: se il multiculturalismo trasferisce alle singole comunità il diritto di decidere cos'è giusto e cos'è sbagliato, che fare di fronte alle "minoranze interne"? Tutelarne i diritti? La strada multiculturale direbbe di no, ma questo è ammissibile in una società liberaldemocratica?

Non è un caso che Norberto Bobbio, già da decenni, avesse tracciato due tendenze, diverse e che portano a risultati diversi:
• quella delle società multiculturali;
• quella della "pretesa universalistica" (come lui l'ha chiamata) dei diritti umani.

Da che parte stare? Noi una scelta di campo l'abbiamo fatta: per noi, i diritti umani sono inalienabili (e anche quelli degli animali, ma questo è un altro discorso), dunque la loro universalità non è affatto una pretesa ma una questione preesistente agli individui e alle culture. Il multiculturalismo non garantisce affatto questa universalità, anzi rema decisamente contro.
L'esperimento del liceo Agnesi va nella direzione del multiculturalismo, crea il ghetto. Va contro l'integrazione. Infatti, quei ragazzi che frequenteranno la "classe islamica" non sarebbero stati altrimenti iscritti dai loro genitori. Si potrebbe obiettare che il ghetto è stato creato dalle famiglie d'origine. Sì, vero; ma il contesto gliel'ha permesso, e adesso avalla ufficialmente (seppure in via sperimentale). Per fortuna, il ministro Letizia Moratti, questo pomeriggio, ha escluso che l'esperimento possa partire.
Contrari si erano mostrati tutti, dall'asse lombardo formato da Lega e Circoli Nordestra di An (che spesso sono sulle medesime posizioni) fino anche a Rifondazione Comunista: ed era ovvio che fosse così, era ovvio che da sinistra si parlasse apertamente di "apartheid"




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4 luglio 2004

La satira da Islam a Islam

"Se vuoi parcheggiare un Boeing a Manhattan, è difficile evitare le Torri Gemelle". Questo è il sottotitolo del romanzo "Allah Superstar", scritto da Yassir Benmiloud, Einaudi 2004.
L'autore è un 36enne franco-algerino.
Non ho letto il libro. L'ho solo visto alla Feltrinelli di Parma, ieri sera. Mi ha incuriosito molto. E' una specie di romanzo satirico che punta diritto contro il fondamentalismo islamico, i giovani pacifisti, la massa indifferente che guarda allo scontro Oriente-Occidente come fosse un talk show televisivo, e via così.
E' un diciannovenne arabo il protagonista: egli organizza una piece teatrale un po' improvvisata, ma grazie a una scandalosa campagna promozionale acquista la notorietà con gli onori (il successo) e gli oneri (la fatwa, ovvero la condanna a morte: qui vista però come "il mezzo più rapido per diventare alla moda").
Grazie alla fatwa, il giovane potrà conoscere Bono e il Papa e, perfino, farsi una striscia con George Bush.
Irriverente.

La critica è entusiastica. Ne parlano Christian Rocca, Simone Spallanzani per StradaNove ("fa ridere come Oriana Fallaci, ma vi fa riflettere molto di più"), Cesare Martinetti per La Stampa, Marianna Mascioletti per GenerazioneElle e tanti altri. Peccato che Giuseppe Genna non abbia ancora scritto la sua recensione.




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2 luglio 2004

L'affascinante Saddam Hussein

E' cominciato il processo al dittatore Saddam Hussein.
Ha respinto due dei sette capi d'accusa, sostenendo d'aver invaso il Kuwait per una semplice "rivendicazione territoriale" e di non essere stato a conoscenza dei curdi gasati ad Halabja nel 1988: "l'ho scoperto ascoltando la tv".
La prima udienza è durata 40 minuti, l'intero procedimento avrà termine non prima del 2005.
Ma... non trovate che Saddam, ora, sia molto più affascinante di quando era el rais?




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29 giugno 2004

Il mestiere di presidente degli Usa è il più difficile del mondo

Luca Goldoni, giornalista, diceva: "sempre meglio che lavorare", quando gli chiedevano che cosa gli piacesse del suo mestiere. Naturalmente era una battuta.

A leggere alcuni passaggi dell'intervista a Clinton sul "Time", sembra che il mestiere più difficile del mondo sia quello di presidente degli Stati Uniti. In verità, l'intervista non parla di questo. Parla di cos'avrebbe fatto lui, il presidente liberal, in Iraq.
Sorpresa: avrebbe fatto più o meno le stesse cose che ha fatto Bush.
Sorpresa nella sorpresa: ha detto candidamente che anche lui ha fatto cose unilaterali.

Chissà cosa ne pensa Hilary the wife.




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29 giugno 2004

L'islam radicale è come il comunismo?

"L'islam radicale è come il comunismo, un'ideologia che potrà essere sconfitta solo quando i moderati abbandoneranno i radicali".
(Anne Applebaum).

Visto su Camillo, da "New Republic".




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17 giugno 2004

V. E. Parsi (Università Cattolica): l'Europa non ha un progetto, potrebbe morire

Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all'Università Cattolica, spiega a "Tempi" le ragioni dell'astensionismo generalizzato per le elezioni europee e, soprattutto, coglie l'occasione per fare il punto sul processo d'integrazione del Vecchio Continente. Sintetizziamo i suoi ragionamenti:

• L'integrazione europea non ha un suo obiettivo strategico, e l'Europa non ha nemmeno una Costituzione concordata. E' molto difficile, su queste non-basi, portare a termine il processo e soprattutto accogliere efficacemente i nuovi Paesi.
• L'Europa è ora "a geometria variabile": esiste l'Europa dei 12 della moneta, dei 7 della difesa comune, dei 10 di Schengen e così via. Questo rende tutto ancora più confuso.
• Le politiche nazionali sono ancora molto più importanti della politica comunitaria, tant'è vero che ad esempio Prodi, dopo essere stato presidente della Ue, punta a tornare sulla scena politica nazionale italiana.
• Il soggetto politico unitario è strozzato dalle differenze di lingua, religione, cultura e tradizioni politiche. Ma allora potrebbe riemergere il progetto britannico di mercato integrato anziché quello di soggetto unitario.
• Comunque sia, lo stallo di questi mesi, dietro il paravento dell'unità del "no" alla guerra in Irak, rischia di far perdere tempo prezioso sia per l'una che per l'altra scelta.
• L'unica via d'uscita è uno "scatto di volontà politica" da parte della classe dirigente, che dovrebbe usare la politica nazionale per costruire l'integrazione europea, e non usare la politica europea per preparare una personale carriera su scala nazionale.

Parsi ha il coraggio di mettere sul piatto della bilancia tutte le verità non dette durante la campagna elettorale. Il punto è proprio questo: discutere sull'idea di Europa sembra avere paradossalmente "poca presa" anche per le elezioni europee.
Che gli europei si siano ormai stancati di questa Europa che misura i preservativi e le arance ma litiga su tutto quanto è davvero importante?




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9 giugno 2004

Il voto agli extracomunitari è realtà (in Belgio)

Chissà se i simpatizzanti di An saranno lieti della notizia. La notizia è che il Belgio ha superato Gianfranco Fini e ha attuato ciò che il vicepremier quasi non aveva nemmeno finito di dire, che gli si è scatenato contro un putiferio.

In Belgio, il diritto di voto (attivo e passivo) amministrativo per gli immigrati è legge. Le prerogative essenziali sono poche e chiare: residenza in Belgio da cinque anni e firma di adesione ai principii della democrazia.

80 deputati hanno votato sì, 58 si sono espressi per il no. La maggioranza liberale-socialista si è spaccata, come sarebbe successo anche da noi. A volte, le leggi hanno bisogno di un consenso trasversale, non c'è niente di male in questo. In democrazia, va così. In Italia, va tutto avanti coi diktat e i veti.




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9 giugno 2004

Ostaggi liberi

E' stato un pomeriggio di gioia, non roviniamolo.




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1 giugno 2004

La sinistra europea e il linguaggio pacifista

"Dissent" è un autorevole quadrimestrale americano diretto dal filosofo radical Michael Walzer, autore tra l'altro di "Guerre giuste e guerre ingiuste" e teorico dei diritti universali minimi, validi per tutti i popoli, di tutte le latitudini, in tutte le epoche.

"Dissent" si occupa costantemente del conflitto iracheno e, nel numero di primavera 2004, ospita un saggio di Joanne Barkan, che si è già interessata di cose italiane riguardo ai movimenti sindacali.
La lettura di "Dissent" è sempre interessante per il particolare punto di vista dei suoi autori, solitamente contro la guerra in Irak e fautori di un riavvicinamento tra Usa e Europa per combattere il terrorismo internazionale (di cui è sempre riconosciuto il pericolo) con mezzi idonei e comuni.

Non fa eccezione Joanne Barkan, il cui saggio andrebbe letto con attenzione da tutti gli italiani, che sull'onda della moda di vedere tutto o bianco o nero sembrano non vedere nessuna terza via tra l'appoggio berlusconiano alla politica Usa e le manifestazioni violente dei cosiddetti pacifisti.
Ne riporto, con mia approssimata traduzione, alcuni passaggi.

Molti di noi si sono augurati che l'Europa si sarebbe unita nello sforzo di costruire una nuova nazione (irachena) per contenere l'occupazione autointeressata dell'amministrazione Bush. E ci eravamo augurati che i nostri naturali alleati (la sinistra europea), sia da posizioni di governo che di opposizione, avrebbe agito assieme come protagonista di alternative all'egemonia Usa.
Ma, per la maggior parte, la sinistra in Europa non ha mostrato grande interesse in questo
. Molta della sinistra europea, parlando di post-guerra in Irak, s'è accontentata di esclamare "Fine dell'occupazione ora!".

"Strano" è il solo aggettivo con cui posso definire l'attuale sforzo della sinistra italiana nell'adottare il linguaggio pacifista. Ogni parte della tradizione italiana di sinistra (comunisti, socialisti, liberali, cattolici) fu in armi contro il fascismo e ancora negli anni '80 la Resistenza era una pietra miliare di nobiltà delle loro tradizioni.
Nello statuto del 2002, il Partito della Rifondazione Comunista si autodefinisce ispirato non certo dal Mahatma Gandhi o da Martin Luther King, ma "dal pensiero di Karl Marx". Dunque, i leaders di Rifondazione Comunista appaiono usare con troppa leggerezza il linguaggio del pacifismo.




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30 aprile 2004

Attentato a Damasco: è sempre colpa degli altri

Damasco accusa

Il governo siriano ieri ha affermato che dietro l'attentato compiuto mercoledì a Damasco ci sarebbero «religiosi estremisti». Alla domanda se la responsabilità possa essere attribuita ad al Qaeda, il ministro dell'informazione, Ahmad al Hassan ha risposto: «Con la situazione che si è creata nella regione, con l'occupazione americana dell'Iraq e i crimini quotidiani di Israele contro i palestinesi, non è da escludere».

(Da "Il Manifesto", venerdì 30 aprile 2004, pag. 4).

Riassunto: Al Qaeda (Islam) compie un attentato nella capitale della Siria (Islam) e la colpa è degli americani e degli ebrei.




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28 aprile 2004

Manifestare o no?

A leggere "La Stampa", oggi, cioè il 27 aprile, sembra che Bertinotti sia - a sinistra - il più intransigente nel non cedere al ricatto dei terroristi. A leggere "Il Giornale", non è così chiaro.
Stando a "Il Manifesto", bisogna manifestare (l'1 maggio, non prima) ma senza per questo cedere ai terroristi.
Non ho fatto in tempo a sfogliare "L'Unità", perché nel frattempo Dany aveva finito di studiare e siamo usciti dalla biblioteca.

Confesso: non ho capito cosa pensano, a sinistra di Rutelli.




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