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idee e riflessioni


Milano e provincia


26 giugno 2006

I verbali delle comunali

Il primo giorno dalle 9 alle 16:30, il secondo giorno dalle 11 alle 12:45. Luogo, l'ufficio elettorale del Comune di Milano.
Poco meno di nove ore per leggere 1253 verbali di altrettante sezioni elettorali. Il motivo principale di tutto questo sbattimento era verificare i voti (e le preferenze) di LPI, naturalmente senza pretesa di grandi sorprese rispetto ai dati ufficiali che, infatti, corrispondono a quelli dei verbali.

Ma durante la lettura è emersa l'esigenza di annotare le irregolarità nella compilazione di questi atti ufficiali, da parte di pubblici ufficiali. E ciò perché le irregolarità sono ben più numerose del previsto.

I verbali infatti vanno compilati per intero, secondo la legge. E un pubblico ufficiale che viola la legge rischia, in teoria, grosso. Noi sappiamo bene che non si tratta di un lavoro appassionante: due verbali diversi (di 140 e 60 pagine circa), ciascuno in due copie.
Ma sappiamo anche che presidente di seggio e scrutatori sono pagati a peso d'oro, e insomma, si tratta pur sempre del loro dovere.

Vediamo in dettaglio i risultati dell'osservazione, relativa ai riepiloghi di lista e ai riepiloghi dei sindaci. Ricordiamo che le sezioni sono 1253.

Verbali completamente in bianco: 6 (*).
Verbali in cui manca il riepilogo dei voti alle liste: 12.
Verbali in cui manca il riepilogo dei voti ai sindaci: 14.
Errori vari: 2.

(*) in un verbale è riportato un riepilogo di lista molto strano, sono infatti segnati 130 voti su 725 elettori.

Ad esse aggiungiamo le dieci sezioni in cui, nel riepilogo di voti alle liste, è segnato che LPI ha anche preferenze ai candidati al consiglio, ma poi queste preferenze mancano nella distinta per candidati: e probabilmente vi saranno altre sezioni che sono incorse in questa irregolarità per altre liste.

Possiamo concludere che 44 sezioni su 1253 hanno presentato verbali irregolari, ma forse ce ne sono anche di più. A me sembra un numero troppo grande.




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12 giugno 2006

Curiosità sui dati di Milano

Ci sono finalmente i dati ufficiali delle elezioni comunali di Milano: quelli usati dall'Ufficio Elettorale per la proclamazione degli eletti.
Diciamo subito che ci sono da verificare molti verbali (alcuni sarebbero completamente bianchi!) e quindi le preferenze ai candidati sono tutt'altro che ufficiali dal punto di vista morale.

Ma possiamo ugualmente curiosare qua e là per trovare le chicche.
Nella sezione elettorale di Dario Fo (1613), la lista del Nobel è al sesto posto (3,2%) anziché al decimo come globalmente. Ma il Nobel non brilla: solo 11 preferenze.
Nella sezione elettorale di Bruno Ferrante (93), le cose sono messe male per il candidato del centrosinistra. La sua lista civica è quinta (globalmente quarta) e la Lista civica della sua avversaria si piazza al secondo posto superando l'Ulivo.
Nella sezione di Letizia Moratti (69), invece, il contrario: seconda è la Lista Ferrante, dopo Forza Italia.
L'avversaria di famiglia, Milly Moratti, prende ben 15 voti "in casa" (sez. 73).




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4 giugno 2006

Milano cambierà volto?

Ci voleva un nuovo sindaco per parlare delle brutture di Milano, o meglio ci voleva l'intervento diretto di Vittorio Sgarbi, assessore "in pectore" all'arredo urbano.
I Liberali per l'Italia hanno costruito la loro comunicazione politico-elettorale sul "pisciatoio" dedicato a Pertini (Via Manzoni-Via Montenapoleone), sull'Arco della Pace bistrattato e su altre cose simili. Ora, il dibattito pare lanciatissimo.

Via all'Ago e Filo in Piazzale Cadorna, ad esempio. Quello costato una sassata di soldi, voluto dall'arch. Gae Aulenti per "firmare" una delle sue peggiori realizzazioni: la famosa era andata un giorno intero in piazza a osservarla, aveva concluso che la viabilità faceva schifo e aveva creato dal nulla un nuovo sistema, per il quale tra l'altro in cinquanta metri puoi essere costretto a cambiare tre corsie, a seconda di dove devi andare e da dove arrivi.

E poi la grande polemica sul Duomo di Milano: nel 2002 furono avviati i lavori (necessari) per restaurare la facciata, perché c'era il rischio che cadessero giù i pezzi. Finora si è fatto tutto senza il biglietto d'ingresso, ma adesso pare che non ce la si faccia più. Il restauro costa troppo e, per fortuna a elezioni politiche avvenute, De Corato (An, vicesindaco uscente) ha dichiarato che, se il Comune ha tolto i fondi alla "Veneranda Fabbrica del Duomo", è per colpa delle Finanziarie di Tremonti.
Lo storico d'arte Arturo Carlo Quintavalle annuncia sul Corriere d'aver cambiato idea: prima era contrario al biglietto d'ingresso, ora lo vede come unica soluzione, così come hanno fatto altrove per il Duomo di Firenze, quello di Pisa e, sottolinea Guido Venturini del Touring Club, per almeno 75 luoghi di culto in Italia (e, aggiungerei qui, per moltissime chiese in Europa).

Intanto si scopre che l'intenzione dell'Assoedilizia (9mila iscritti facoltosi) di devolvere il 5 per mille alla Veneranda Fabbrica non è praticabile perché questa non rientra tra i numerosi enti che hanno stretto accordo con lo Stato in tal senso.

Tutto questo dibattito mostra una città ben poco interessata ad autoproporsi come città culturale. Anche Leonardo è entrato direttamente nella tenzone. Che cosa si sa della Milano leonardesca, proprio nel momento in cui il Cenacolo fa il giro del mondo a mezzo film? Si sa che un suo cavallo è relegato dentro l'Ippodromo, in un luogo tra l'altro magnifico, un vero parco pieno di vegetali magnifici, ma che nessun milanese frequenta se non è appassionato d'ippica.
Per non dire del dibattito relativo alle piazze. A parte Piazza Maggi, dove termina (o inizia, a seconda dei punti di vista) l'Autostrada per Genova, che qui noi difendiamo perché sì, è un vero svincolo autostradale ormai, ma ce n'era assoluto bisogno, a parte questa, sembra che ci si curi quasi esclusivamente di Piazza del Duomo.
Altri luoghi, sia in centro sia in periferia, vengono considerati più che altro come centri di fermata tra una capsula di città e l'altra, anziché come parte integrata di un percorso che unisca i luoghi (e i tempi) e non li divida.

Il fatto che il dibattito sia stato lanciato successivamente all'uscita di scena di Albertini la dice lunga su come il potere politico possa determinare il dibattito sulla città: e se le elezioni hanno dato continuità politica, ci si augura che la discontinuità culturale si evidenzi al più presto, e fortissima.




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3 giugno 2006

Milano: migliorare l'offerta dei beni culturali

A Milano è tutto chiuso. Letizia Moratti ha vinto, probabilmente riconfermeranno il discreto Stefano Zecchi all'assessorato alla cultura (nonostante i pochi voti di preferenza) e daranno a Vittorio Sgarbi la delega dell'arredo urbano.
Ma il discorso culturale non si esaurisce a due nomi. E così vorrei proporre a tutti voi un confronto per parlare di quello che io chiamo "management dei beni culturali", e che di solito fa saltare dalla sedia tutti gli amici laureati in lettere, storia dell'arte, beni culturali et similia.
Purtroppo per questi miei amici, il turismo a Milano diventerà sempre più importante per lo sviluppo della città, quindi ciò che la nostra città possiede va valorizzato al massimo, avendo come faro il "cliente-turista" a cui poter e dover offrire un prodotto di alta qualità non solo in sé e per sé ma soprattutto per il servizio.
Propongo quindi un confronto tra l'Opera di Vienna e la Scala di Milano. Due grandi teatro visitati ogni anno da centinaia di migliaia di persone, che talvolta vengono in Europa quasi apposta per loro. Il confronto, lo dico subito, vedrà molto sfavorita la Scala. Com'era del resto da aspettarsi.

SITO INTERNET
Vienna: tre lingue (tedesco, inglese, giapponese)
Milano: due lingue (italiano, inglese)

INFO ONLINE SULLE VISITE
Vienna: prezzi, orari, informazioni sui tour guidati
Milano: prezzi

TIPO DI VISITE
Vienna: tour guidato di circa 40 minuti, possibilità di aggiungere uno o due musei (museo dell'Opera e/o museo della musica austriaca)
Milano: tour individuale che comprende il museo, in media venti minuti

PREZZI
Vienna: 6.50 euro (teatro e museo dell'Opera), 5 euro (solo teatro), 8 euro (teatro ed entrambi i musei) [tutte visite guidate]
Milano: 5 euro (teatro e museo) [visita solo individuale]

PREZZI PER STUDENTI
Vienna: 3.50 euro, 2 euro, 5 euro rispettivamente
Milano: 4 euro

LINGUE DELLE VISITE GUIDATE
Vienna: tedesco, inglese, francese, italiano, spagnolo, russo e giapponese
Milano: non sono previste visite guidate

VISITA DEL TEATRO
Vienna: seduti in platea mentre la guida spiega; possibilità di visitare il palcoscenico
Milano: si guarda il teatro da un palco, individualmente

POSSIBILITA' DI FOTOGRAFARE
Vienna: ovunque (teatro compreso)
Milano: solo nel salone-atrio del teatro (con due lampadari e qualche busto).




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31 maggio 2006

Brogli a Milano? (2)

i dati che la sezione 614 ha comunicato in Comune sono diversi da quelli che il Comune ha comunicato in seguito.
Questa notizia farebbe cadere il discorso-brogli alla foce (l'ufficio elettorale del Comune) e non alla fonte (le singole sezioni).

Fortissimi dubbi anche per le seguenti sezioni:
438 (Zona 7);
1333 (Zona 6);
800 (Zona 2);
1244 (Zona 2).

Per ora si ha la certezza che si tratti di preferenze mancanti, ma se fossero anche voti di lista mancanti?




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31 maggio 2006

Brogli a Milano?

A Milano i primi risultati ufficiali affluivano alle ore 20 di lunedì, esattamente cinque ore dopo la chiusura dei seggi.
Nelle altre grandi città era già tutto deciso: Torino, Roma, Napoli. L'Unione aveva stravinto e lo si sapeva.

Ferrante e la Moratti avevano dato appuntamento alle ore 17 (due ore dopo la chiusura dei seggi) per le prime valutazioni ma, data la situazione, tutto è rimasto fermo fino a tarda sera. Letizia Moratti, all'una di notte, è tornata a casa senza dire nulla.

A Palazzo Marino, mentre nei tabelloni scorrevano i risultati e le preferenze individuali, nessuno dei militanti e candidati si sbilanciava. Curiosa la presenza di figli (non candidati) di esponenti politici di rilievo, evidentemente dotati di un qualche accredito stampa, ma niente di più.
La sala, popolata prevalentemente da candidati di centro-destra, era tranquilla, l'esito era dato per scontato e le percentuali della Moratti (51,1... 51,0... 50,9) non intimorivano: ed effettivamente era probabile che la parziale discesa fosse dovuta all'arrivo delle schede della Zona 9, Garibaldi-Niguarda, roccaforte di sinistra.

Il mattino dopo, allo sguardo delle preferenze definitive dal sito del Comune, le prime sorprese. Si sa che il voto di preferenza è aleatorio fino all'ultimo e che non ci si può fidare nemmeno del proprio consorte, ma in alcuni casi, diciamolo, la mano sul fuoco possiamo anche metterla. E peraltro, avendo esperienza di seggio, sono abbastanza convinto che ai seggi non si possa barare più di tanto.
Mi è sempre stato raccontato di quando ci si infilava una punta di lapis nell'unghia per tracciare un segnaccio senz'esser notati, e annullare così una scheda "nemica", ma all'atto pratico è molto difficile fare questo tipo di operazioni.

Però è un dato di fatto che a queste elezioni comunali milanesi ci fosse un forte interesse trasversale alla polarizzazione del voto.
Il risultato è chiarissimo. Nonostante otto candidati esterni, appoggiati da una dozzina di liste in tutto, le comunali sono andate esattamente come le politiche di aprile: il 99% dei voti validi è stato diviso tra destra e sinistra.

I politologi possono ora dire che la trasformazione della politica italiana in un sistema bipolare è perfettamente compiuta, ma i militanti di quella dozzina di liste "terze" non ne sono molto convinti.

Parliamoci chiarissimo: all'appello mancano decine e decine di preferenze individuali. E la cosa preoccupante è che non si potrà più scoprire facilmente la verità: le schede possono essere ora toccate solo da un giudice, ma chi mai sosterrà il costo di un ricorso alla magistratura per farsi riconoscere, poniamo, 22 preferenze anziché 20?

La denuncia di Marco Marsili (capolista dei Socialisti-Liberaldemocratici, poco più di 500 voti totali alla lista) è in questo senso destinata a cadere nel vuoto.
Ma la realtà, purtroppo, gli dà ragione.

Si dirà che esistono i rappresentanti di lista e che comunque la composizione dei seggi è statisticamente variegata. Appunto. Ma i rappresentanti di lista rappresentano forse la regolarità dello scrutinio? No, sono di parte ed è logico che lo siano. E quanto agli scrutatori, ci riesce difficile credere che in 1253 sezioni su 1253 vi fossero scrutatori "terzi".
A chi interessa la regolarità dei voti ai Socialisti-Liberaldemocratici, o ai Liberali per l'Italia, o a Vivere Milano? Non certo ai sostenitori di Ferrante o della Moratti, che invece sono ben più interessati a polarizzare il voto il più possibile.

Presidenti di seggio, scrutatori, rappresentanti di lista sono investiti di una funzione pubblica e sono pubblici ufficiali, ma questo non impedisce loro di commettere reati. La regolarità del voto è stata gravemente inficiata. Noi ne siamo assolutamente certi. Forse non andremo al di là della denuncia mediatica, ma moralmente ci vergognamo di appartenere allo stesso Paese di questi pubblici ufficiali a metà.
Non avremo mai le prove, ma nella vita a volte bastano le sensazioni. E quelle che stiamo provando oggi ci fanno davvero schifo.




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30 maggio 2006

Le ultime parole famose di Bobo Craxi

MILANO: BOBO CRAXI, COSTRINGEREMO MORATTI A BALLOTTAGGIO

Roma, 25 mag . - (Adnkronos) - ''A Milano ci sara' una 'maxi sorpresa' politica, poiche' la lista de 'i Socialisti liberaldemocratici' che appoggia il candidato alla carica di sindaco Ambrogio Crespi, esponente che si e' distinto per la sua 'maxi-multa' consegnata ad Albertini, costringera' al ballottaggio la signora Moratti''.


Questo il comunicato del sottosegretario agli Esteri, Bobo Craxi, tre giorni prima del voto.
Il risultato? Ambrogio Crespi è il sesto candidato sindaco su dieci. La lista "Socialisti liberaldemocratici" ha preso 514 voti (0,08%) ed è 29° su 34.
La lista "No ICI" che sosteneva il Crespi ha preso 339 voti (0,06%) ed è 32° su 34.

Perché qualcuno non perde mai l'occasione di tacere?




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30 maggio 2006

Comunali di Milano: elezioni polarizzate

Le elezioni comunali di Milano, politiche che più politiche non si può (ed è un male), hanno segnato una polarizzazione assoluta. Gli altri otto candidati hann preso, insieme, l'1% dei voti.
Sappiamo che Letizia Moratti è il nuovo sindaco, che Silvio Berlusconi è stato stra-votato (la Maiolo seconda in Forza Italia: il nuovo vicesindaco?), sappiamo che Ferrante ha vinto solo in zona 9 (la più rossa), ma di pochissimo.

Tutte le considerazioni politiche su queste elezioni milanesi le lascio a chi ha voluto o ha creduto che fossero elezioni di stampo politico. Io non concordo con questa visione. La centralità del futuro di crescita di Milano è andata a farsi benedire in ragione di una lotta incentrata sulla figura dell'ex ministro e dell'ex premier che, insieme, come da vignetta di Forattini, hanno tentato un volo su piazza del Duomo, senza la scopa di "Miracolo a Milano" (il film di De Sica), ma con la stessa idea di fondo: una fuga verso l'alto, per scappare dalla sconfitta di aprile alle legislative.

La vignetta di Forattini, involontariamente, coglie anche un aspetto direi drammatico di queste elezioni poco amministrative e molto politiche: se Berlusconi e la Moratti scappano da Milano, imitando i senzatetto del film del 1950, stanno scappando anche dai problemi reali della città. Hanno capitalizzato il loro successo meneghino esponendosi in prima persona e tentando una sorta di rivincita, laddove potevano (mentre a Torino, a Roma, a Napoli è stata la disfatta), ma sono fuggiti dalle contraddizioni, dal rilancio della "capitale morale" che vive una fase di transizione non dissimile da quella di tante grandi città del mondo occidentale, che deve trovare una sua identità post-moderna ora che le fabbriche non sono più i punti nevralgici attorno a cui la città è cresciuta.

La miopia elettorale porterà poi Dario Fo in consiglio comunale, escludendo (probabilmente) un Basilio Rizzo che meritava la rielezione nonostante il suo passato in Autonomia Operaia, perché Rizzo ha fatto tanto per le periferie.
La miopia elettorale farà tornare le professoresse Zajczyk e Treu nelle loro università (la Bicocca e il Politecnico), così il consiglio comunale non avrà due grandi esperte di urbanistica e di rapporti sociali urbani.
La miopia elettorale ha fatto perdere la faccia all'associazione Esterni, ma i "46 sindaci" torneranno alle loro attività e sorprenderanno ancora Milano.

Quanto ai Liberali per l'Italia, 800 voti tondi tondi, venticinquesima lista su trentaquattro. La soddisfazione di avere superato De Michelis in centro, di avere superato Marsili praticamente ovunque, di avere fatto fare una figuraccia al PLI di Giampaolo Berni (che porta a casa le briciole dentro la Lista Moratti), ma nient'altro.
E' una grave sconfitta dell'idea di ricostituire un soggetto liberale. E se non ci siamo riusciti a Milano, è certamente perché nessuno voleva sentir parlare di programmi, ma anche perché l'ombra di Berlusconi (incarnata in Letizia Moratti) e l'ombra di Prodi (incarnata in Bruno Ferrante) hanno coperto tutto il resto, senza ovviamente nulla togliere allo spessore dei due principali sfidanti.

Prova ne sia che "Giovani per Milano", la lista civica in appoggio alla Moratti con età media di 27 anni, nata in fretta e furia, ha preso più voti delle varie Vivere Milano e La Tua Milano (che avevano avuto appoggi altolocati: Vivere Milano è nata con una lettera al Corriere).

I partiti di sinistra sono andati malissimo: la Lista Ferrante, quarto partito della città, supera perfino An in alcune zone. E prende voti da Ds e Margherita ma non intercetta nessun moderato. La lista di Dario Fo, invece, con un rispettabilissimo 3% (il Nobel sicuramente dentro, Rizzo forse escluso), cannibalizza i voti di Rifondazione ma supera Comunisti Italiani, Di Pietro e Rosa nel Pugno (che sicuramente non avrà consiglieri).
Mastella fa una figuraccia ma a Milano si poteva prevedere.

I partiti di centrodestra, a parte Forza Italia, hanno perso a favore della Lista Moratti, che con il 5% toglie voti a An e Udc. Adesso sarà estremamente difficile per Riccardo De Corato fare il vicesindaco. Più probabile che sia Tiziana Maiolo a ricoprire questo ruolo, anche per risarcirla della mancata candidatura in parlamento. E così Milano potrebbe avere un tandem tutto femminile alla guida della giunta.

Da oggi, però, basta con la politicizzazione di Milano: questa città ha bisogno di voltare pagina, altro che continuità. Abbiamo da ricostruire il quartiere della Fiera storica, abbiamo da recuperare l'identità di capitale della creatività, abbiamo da risolvere il problema dei riscaldamenti delle abitazioni per diminuire l'inquinamento in vista del prossimo inverno, abbiamo da ricostruire l'immagine culturale e turisitca, abbiamo da creare posti di lavoro flessibili finché si vuole ma non precari.

Ieri sera, mentre mi recavo a Palazzo Marino per seguire i risultati, ho attraversato Piazza del Duomo sotto il diluvio. Il cielo era grigio-blu, uno splendore raro. La facciata del Duomo viene a mano a mano scoperta, e luccica di marmo bianchissimo, sembra quasi neve. Adesso è tempo che Milano si riscopra bella e grande.




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26 maggio 2006

Chi votare alle comunali di Milano

Oggi voglio essere irrituale. Ormai tutti coloro che mi leggono sanno che sono candidato al consiglio comunale per i Liberali per l'Italia.
Ma oggi voglio chiudere (prima del silenzio di sabato) le riflessioni elettorali spluciando le liste altrui al fine di individuare altri candidati a mio parere meritevoli di fiducia.
Non crederei nella politica se non facessi una cosa del genere.

Lista Ulivo (Ds e Margherita)

Francesca Zajczyk detta Zaicic
Sociologa urbana dell'Università della Bicocca, in quanto tale conosce perfettamente i problemi delle città contemporanee e li ha studiati seriamente. Merita un successo personale perché molto importante potrebbe essere il suo apporto nel processo di trasformazione di Milano.
E' la "candidata che avrei voluto nella mia lista".
Il suo sito.

Rosa nel Pugno

Pasquale Cioffi
Presidente uscente della Zona 7 per Forza Italia, ha fatto tanto. Ha ampliato parchi, ha ridisegnato piazze e strade in modo da dar loro un aspetto umano. Ha contribuito alla realizzazione del Contratto di Quartiere San Siro.
Il suo sito.

Lorenzo Lipparini
L'ho conosciuto anni fa, non potevo non citarlo. E' segretario dei Radicali milanesi e consigliere di facoltà a Scienze Politiche. E' uno che fa politica per passione e per idealismo.
Il suo sito.

Lista civica Letizia Moratti

Gisella Borioli
Famosissima giornalista di moda, fondatrice del "Superstudio" e animatrice della "Zona Tortona", il quartiere pulsante attorno a Via Tortona. Chiede più attenzione alla Milano creativa, artistica, culturale e turistica. Il nostro stesso programma.

Walter Cherubini
Presidente del Coordinamento Milano Ovest e della Consulta delle Periferie, ha fatto il consigliere di zona per tanti anni. Nel 2001 ha mancato di un soffio l'elezione in consiglio comunale. E' molto attivo nell'ambito dello studio delle periferie e del loro miglioramento. In questo senso è una voce autorevole.

Stefano Zecchi
Insegna estetica, è assessore uscente alla cultura. Un nome indipendente di garanzia per una politica culturale ai massimi livelli.

Questa è una città

Non indico nomi, anche perché loro preferiscono presentarsi come "46 sindaci". Sono quasi tutti giovani e hanno fondato una lista che è l'emanazione diretta dell'associazione Esterni, il che significa essere ideatori di manifestazioni ad altissimo livello, tra cui il Milano Film Festival.
Hanno un programma interessante, simile al "tutta un'altra città" dei Liberali per l'Italia in quanto all'impostazione e alla mentalità. Non sono personalmente convintissimo della loro idea di città come comunità, che a mio parere è una contraddizione, ma per il resto i loro sogni sono i nostri sogni: vedere Milano tornare grande e competitiva nei settori creativi e culturali, vederla pulsare di vita di giorno e di notte.

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21 maggio 2006

I liberali demagoghi e quelli veri

Mi spiace dirlo ma Marco Marsili si è smascherato da solo in questi giorni.
Marsili è il segretario "nazionale" della Federazione dei Liberaldemocratici, già candidato nel 2004 assieme a Ombretta Colli (CdL) e poi nel 2005 da solo alle regionali e nel 2006 alleato di Di Pietro (Unione) alle politiche e, adesso, cioè due mesi dopo, di nuovo da solo per le comunali milanesi. Da solo per modo di dire: ha creato il clone della Rosa nel Pugno con un accordo con Bobo Craxi.

In che senso si è smascherato? Nel senso che, a una settimana dalle elezioni, sta giocando una carta a mio avviso pericolosamente demagogica e ben poco liberale. Il comunicato stampa parla chiaro:

1. Moratoria sulle multe per divieto di sosta (di sei mesi);
2. Sanatoria sulle multe ancora da pagare (ci si libera pagando il 30%);
3. Nel frattempo (in sei mesi!) creare il piano trasporti e parcheggi.

Nei volantini la compagnia ci va giù ancora più duramente:
"No alle strisce gialle e blu, no alla rimozione selvaggia, no all'impiego degli ausiliari. BASTA MULTE".

Ma come sarebbe a dire "basta multe"? Questi liberalsocialisti credono davvero che sia sufficiente dire basta multe, no alle strisce, no alla rimozione, per avere qualche voto in più?
Una città come Milano, il cui problema principale è proprio la triade viabilità-traffico-parcheggi, non può restare sei mesi senza multe per divieto di sosta. Sarebbe un casino allucinante!

Il problema non è una multa in più o in meno. Il problema è dare i mezzi pubblici a chi va alle Colonne di S. Lorenzo alla sera. E' favorire il nascere di altre zone del tempo libero fuori dal centro. E' anche, certo, dare ordine ai Vigili Urbani di essere flessibili in alcuni casi. Ma esclamare "basta multe" è da demagogia pura.

Il volantino peraltro si contraddice. Prosegue infatti così: "La sosta deve essere regolata dalle disposizioni dei consigli di zona e NON dal comune".
Il che significa, come capirebbe anche un bambino, più strisce gialle e blu, più rimozione selvaggia e possibilmente più ausiliari della sosta. Ogni consiglio di zona, infatti, sarebbe pressato dal "Not In My Backyard" (NIMB) rovesciato, ovvero dalle pressioni dei residenti per avere parcheggi quasi interamente riservati a loro.

Pensate a cosa succederebbe nel centro storico, il cui consiglio di zona è eletto da una netta minoranza rispetto a chi il centro storico lo vive effettivamente. Pensateci.

E poi non votate per i demagoghi. Ma per i liberali veri.

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10 maggio 2006

Sinistra allo sbando a Milano

Non sanno più come recuperare i voti persi. Mancuso (Ds), a "Prima Serata" su Telelombardia, continuava a interrompere il candidato a sindaco di "Questa è una città", lista civica nata dall'Associazione Esterni.
Alberto Beniamino Saibene, il candidato in questione, stava spiegando perché la sua è una lista di "46 sindaci" e il disturbatore d'occasione gli ha dato dell'imbroglione in quanto, ufficialmente, legalmente, il candidato a sindaco è uno solo, quello che gli elettori troveranno sulla scheda.

Questioni puramente burocratiche (non deve infatti sfuggire che i "46 sindaci" sono una mera provocazione) che hanno tenuto banco per almeno dieci minuti.
Con sana pubblicità per una lista civica che nelle sue impostazioni programmatiche è più a sinistra che a destra.
Questo la dice lunga, anche, sull'incapacità per la televisione locale di generare dibattiti civili e intriganti per il pubblico, ma siamo su un piano diverso.
La difficoltà che la sinistra incontra a Milano è, del resto, la stessa che ha incontrato per le elezioni politiche: dispersione dei voti, nulla coesione tra gli alleati, programmi diversi. Con il peggiorativo che qui, per loro, si tratta di recuperare consenso, perché adesso come adesso stanno sotto.

Intanto a Roma occupano le cariche dello Stato, due Pci e un sindacalista.
E il centrodestra risponde con 300 schede bianche. Se questa non è una resa...

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8 maggio 2006

Tutta un'altra città: inizia la campagna dei Liberali per l'Italia a Milano

I Liberali per l'Italia si presentano.
L'appuntamento è per stasera alle 18, a Milano, al Circolo della Stampa (C.so Venenzia 16).
Gabriele Pagliuzzi, candidato sindaco, concluderà il convegno.
Chiunque è invitato, da Milano e da fuori.

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3 maggio 2006

Al consiglio comunale

Mi candido al consiglio comunale di Milano, per la lista "Destra Liberale - Liberali per l'Italia".

La mia pagina su Rete Civica di Milano è
qui, mentre il blog specifico non è stato ancora attivato
.

Naturalmente continuerò a scrivere su questo blog. A presto!




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1 maggio 2006

La morte del PLI a Milano

Il 10 febbraio a Milano fu presentata la lista "Liberali, Repubblicani, Riformatori Liberali". Deus ex machina principale, il segretario cittadino del PRI, De Angelis. Un battesimo con la partecipazione della Moratti, un'analisi socio-politica sull'elettorato laico di Milano, 29 pagine di programma in parte copiato da quello di LPI.

Li avevamo chiamati "gli strateghi dello 0,6%", questi alto-borghesi col fazzoletto bianco nella giacca che, ancora minorenni, sono già incravattati per il Rotaract.
Adesso che le liste sono state depositate in comune, non c'è più traccia di questa lista, nata negli augusti locali della Fondazione De Ponti (che fu senatore Dc), morta evidentemente sul nascere.
L'avvocato Gianpaolo Berni, ex FI ora PLI, in compenso è piazzato in alto (per l'ordine alfabetico) nella Lista Civica Letizia Moratti: un posto assicurato in consiglio comunale? No, dovrà sudarselo.
Per ora, infatti, non abbiamo a disposizione i curriculum e le liste complete, ma almeno un repubblicano dovremmo trovarlo in giro, magari dentro Forza Italia; stessa cosa per un riformatore liberale.
Quindi la lista unitaria laica s'è già spaccata, con buona pace per l'analisi socio-politica e le sfavillanti parol del trio De Angelis - Morandi - Della Vedova.

Entrare nella Lista Moratti non è stato, per Berni, un grande successo, per almeno tre ragioni. La prima, banale, è che la sua elezione non è scontata e i voti dovrà sudarseli: anche ammettendo che riesca a prenderne tremila, non si può quantificare il successo della sua lista.
La seconda è che entrare in quella lista dalla sua posizione non era difficile: giovane e preparato, conta su un'esperienza politica più che decennale ed è il minimo che la Moratti potesse fare per chi le organizza una passerella di quattrocento persone, quella appunto del 10 febbraio.
La terza ragione, politica, è che il PLI è scomparso a Milano, dissolto nella lista civica della Moratti, confuso tra personalità ben poco politiche e molto più note.

La dissoluzione milanese del PLI è ancora più evidente considerando che altre due liste si richiamano al liberalismo e sono, invece, presenti nella competizione: i Liberaldemocratici-socialisti di Marsili (ahimé, col simbolo rosso: più socialisti che liberali, insomma) e soprattutto LPI di Gabriele Pagliuzzi, coraggioso e unico avamposto autenticamente liberale in città.




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30 aprile 2006

Quaranta liste

Sono una quarantina le liste per le elezioni comunali. Nonostante siano necessarie dalle 1000 alle 1500 firme, evidentemente molti non hanno difficoltà a raccoglierle, sicché il lenzuolo elettorale sarà decisamente variopinto.

La CdL, che candida Letizia Moratti, è una coalizione di tredici partiti molto variegata: oltre ai classici, ci sono i nazionalpopolari di Sos Italia (ricordate Maurizio Scelli?), i fascisti della Fiamma e di Azione Sociale, i socialisti e i democristiani.
Nella coalizione anche due liste di pensionati.
Fiore all'occhiello le due liste civiche volute dalla signora Moratti: la lista adulta (piena di nomi eccellenti) e la lista giovane (età media sotto i trent'anni, guidata da un cristiano evangelico).

L'Unione risponde con Bruno Ferrante e undici partiti. Oltre ai classici partiti di sinistra, la lista civica del candidato a sindaco, quella di Dario Fo (e di Basilio Rizzo, stakanovista del consiglio comunale), pensionati e consumatori.

Presenti gli Umanisti, come sempre a Milano (contano un consigliere di zona uscente). Candidano Valerio Colombo e propongono in primis una città multietnica, parlano di diritto alla casa (senza però arrivare a proporre l'esproprio delle case sfitte) e di redistribuzione del reddito tramite il Comune.

Gabriele Pagliuzzi è l'altro candidato spesso presente negli ultimi appuntamenti elettorali. Il suo partito (Liberali per l'Italia) si è alleato per l'occasione con Europa Federale. Il programma dei Liberali per l'Italia è attento alle nuove emergenze (la spirale di solitudine degli anziani, ad esempio) senza cadere nell'assistenzialismo pubblico. Ma nel documento si parla anche di viabilità, riconversione degli impianti di riscaldamento, attenzione alla ricerca universitaria, ai giovani e all'arte, e soprattutto del rilancio del turismo a Milano.

I Carc, il cui fondatore Giuseppe Maj è in clandestinità in Francia, candidano Pietro Vangeli, il loro segretario nazionale, per la Lista Comunista. Il programma è focalizzato sui diritti degli operai e degli immigrati, nella visione della lotta di classe e con l'obiettivo di una società socialista.

Marco Marsili stavolta non ci riprova in prima persona. L'ondivago giovane marito di Viola Valentino, ex Verdi, poi fondatore di Milano Città Metropolitana (con la Colli, all'ultimo momento, alle provinciali 2004, quindi CdL), poi fondatore dei Liberaldemocratici (da soli alle regionali 2005), poi vicino a Di Pietro (con cui ha stretto un accordo elettorale alle politiche 2006, quindi Unione), è ora il paciere dell'alleanza tra Liberaldemocratici e Socialisti di Bobo Craxi (un clone della Rosa nel Pugno?), da cui è nata una lista che candida a sindaco Ambrogio Crespi.
Per l'occasione si è unita alla lista anche la pattuglia dei LeAli, monarchici già noti per aver provato la candidatura alle politiche senza tuttavia presentare firme, e già in contatto con i Liberali di Gabriele Pagliuzzi. Ondivaghi anche loro?
Crespi sarà comunque sostenuto anche da due liste sconosciute: "No ICI" (beata gioventù) e "Polo di Centro".

Cesare Fracca, leader dei "trenta-quarantenni" nati da una lettera al Corriere della Sera, è candidato con il suo movimento, Vivere Milano. Tra le liste civiche, è quella ad aver goduto di maggiore visibilità mediatica.

Giorgio Ballabio, noto organizzatore di eventi notturni e culturali, guida un'altra lista civica, La Tua Milano, che punta su pochi programmi: traffico più scorrevole, grandissimi parcheggi fuori città, sportello di contatto coi cittadini e via i mendicanti dalle strade.

Candidati minori sono l'ex ciclista (ed ex Udc) Sante Gaiardoni (lista omonima: nel programma, più sport e anche più Viagra), Roberto Bianchessi (Italia futura), Guido Marzani (Progresso sociale) e Roberto Formigoni (non è il presidente della Lombardia ma un omonimo alla guida di "Gaia Pacs").

Infine, la candidatura di Beniamino Saibene, che guida la lista civica più credibile, "Questa è una città", legata all'Associazione Esterni: più di dieci anni di attività culturale a Milano, tra cui il Milano Film Festival, sono un eccellente biglietto da visita per avere qualcosa di serio da dire, sull'idea della Milano di domani, al di là della mera presenza sulla scheda elettorale.




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30 aprile 2006

Sinistra plurale: Ferrante comunista, Penati moderato

Bruno Ferrante aveva detto che non avrebbe avuto alcun problema a sfilare assieme alla sua rivale Letizia Moratti durante il corteo del 1 maggio. Poi la CGIL-Scuola ha alzato le barricate contro l'ex ministro dell'istruzione e allora il neocompagno candidato sindaco ha pensato di cavalcare la sinistra radicale: ha dichiarato prontamente che la famiglia Moratti è nella categoria dei "padroni" e la festa dei lavoratori non ha a che fare con il padronato.
Marx a merenda.

Ben diverse le dichiarazioni del presidente della provincia, Filippo Penati, ex Pci ora Ds, che ha affermato: «Il Primo maggio è un rito civile, non è un corteo di una categoria che sciopera per il rinnovo del contratto. È una festa di libertà, come il 25 Aprile».
E a domanda diretta, se un manager possa partecipare al corteo, Penati si è smarcato decisamente da Ferrante, dicendo: «Ben venga l’amministratore delegato se condivide il fatto che è nella libertà che si celebra il lavoro, che nella democrazia si progredisce».




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16 marzo 2006

Milano, fiaccolata contro la violenza politica


Milano, Corso Buenos Aires. Clicca per ingrandire


C.so Buenos Aires: la sede di An, bruciata. Clicca per ingrandire

Berlusconi (acclamatissimo), La Russa, Calderoli. E naturalmente il sindaco Albertini e il candidato sindaco Letizia Moratti. E poi il presidente della provincia, il diessino Penati (fischiatissimo). Carlo Sangalli, presidente di Unioncamere, faceva gli onori di casa.
Mancavano Prodi e Fassino, che pure erano a Milano per una manifestazione serale del centrosinistra.
Ma c'era Milano: la Milano che crede che la politica non debba mai sfociare nella violenza.
E questa Milano era più numerosa, molto più numerosa dei cinquecento estremisti che sabato avevano messo a fuoco e fiamme Corso Buenos Aires.

(per la storia completa vedi il blog dei Liberali per l'Italia).




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15 marzo 2006

Liberali per l'Italia: a Milano con una nostra lista



I Liberali per l'Italia alle comunali di Milano.
LPI candida Gabriele Pagliuzzi a sindaco di Milano.
E' una scelta rischiosa ma importante perché i cittadini milanesi potranno scegliere l'identità liberale di coloro che non hanno mai accettato un PLI coinvolto nelle logiche, sbagliate, anzi pericolose, della Prima Repubblica.

Tutta un'altra città
E' questo lo slogan scelto da LPI per condurre la sua campagna elettorale. Milano ha bisogno di ritrovarsi perché, nonostante la nuova Fiera e tante altre belle iniziative, non ha più un'identità chiara.
Il programma, scaricabile dal sito internet di LPI, è un vademecum di idee, concrete ma anche generali, sullo sviluppo di Milano nei prossimi anni, sotto tutti gli aspetti: dalla sicurezza alla vivibilità, dall'ambiente ai servizi sociali, dalla cultura al turismo.

Il blog
LPI ha scelto di integrare il sito internet con il blog, per rendere più agevole e veloce la comunicazione con i lettori.




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1 marzo 2006

C'è chi firma e chi fa firmare

Mentre il senatore Marcello Pera (Forza Italia) scrive un manifesto che molti accorrono a firmare (e altri, tra cui noi, contestano), il presidente del Consiglio di Zona 7 a Milano, Pasquale Cioffi (Forza Italia), era pronto ad autenticare le firme di presentazione della Rosa nel Pugno.

Avrà firmato il manifesto di Pera anche lui?
Lo emargineranno come eretico?




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11 febbraio 2006

Gli strateghi dello 0,6%

Ieri a Milano c'è stata la presentazione della lista "Liberali, Repubblicani, Riformatori Liberali".
Alla presentazione hanno partecipato Morandi (PLI, senza cariche interne), De Angelis (PRI, segretario cittadino), Della Vedova (RL, segretario nazionale) e Letizia Moratti.
E' stata una breve passerella di "battesimo". Abbastanza interessante l'indagine socio-politica sull'elettorato di area laica, anche se i risultati ci paiono troppo ottimistici (il 2% dei milanesi dichiara che potrebbe votare la lista).
Poco interessanti sono stati invece gli spunti dei quattro relatori, candidato sindaco compreso.
E poi c'era il programma: 29 pagine di idee per il futuro della città.
Sul programma, l'eleganza ci imporrebbe di tacere, ma non resistiamo e riveleremo che il documento è stato per metà scritto dai Liberali per l'Italia su un nostro impianto.
Poi, di mano in mano, vi sono state corpose aggiunte (la bozza iniziale non pretendeva l'esaustività).
Un lavoro politico iniziato quasi un anno fa, con LPI completamente all'oscuro di tutto e tagliata fuori nonostante abbia quasi la metà delle tessere del PLI milanese, e il 30% circa di quelle lombarde, è quindi terminato con un programma il cui impianto è stato dato da LPI.

Guardare dall'alto in basso questi grandi strateghi dello 0,6% (*) è per noi, da adesso, un vero onore.

(*) risultato della lista del "Polo Laico" alle regionali lombarde del 2005.




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3 febbraio 2006

Liberali allo sbaraglio

E' appurato che i liberali non riescano a trovare un'intesa degna di questo nome.
E' forse a causa dell'individualismo metodologico e caratteriale, o forse più che altro a causa delle più basse macchinazioni da prima repubblica, o forse ancora una commistione di ragioni inesplicabili.
Fatto sta che i liberali (quelli che si autodefiniscono tali e non stanno né a sinistra né in Forza Italia) sono oggi, decisamente e deludentemente, allo sbaraglio.

A livello nazionaleliberali di RL e i liberali del PLI sono separati, anzi non hanno mai cercato una intesa "seria". I primi scrivono che stanno cercando un accordo diretto con Berlusconi per potersi inserire nelle liste di Forza Italia, e si capisce. Due infatti sarebbero le difficoltà se i "salmoni" si presentassero da soli: la raccolta di firme e lo sbarramento al 2%.
I secondi hanno inseguito senza successo un apparentamento con la neonata unione dei socialisti di De Michelis e della democrazia cristiana di Rotondi. Senza successo perché, proprio mentre si svolgeva il consiglio nazionale del Pli che avrebbe dovuto decidere in tal senso, Rotondi e De Michelis presentavano ufficialmente alla stampa la loro creatura!
Non contento della magra figura, De Luca, spinto da Berlusconi, starebbe ora contrattando alcuni posti nella lista social-democristiana e, soprattutto, starebbe cercando di aggiudicarsi almeno uno dei sette seggi sicuri al senato, promessi da Berlusconi alla lista medesima.
Frattanto è scaricabile dal sito internet il pdf della raccolta firme, della serie "non si sa mai". Avvertiamo fin d'ora che tale pdf potrebbe essere, a meno di un'interpretazione diversa della legge, completamente illegale, non avendo né la lista da firmare né tantomeno il logo del partito.

A livello milanese le cose sono diverse. Anzi, opposte. Qui, la presenza di una folta rappresentanza dei Liberali per l'Italia nel direttivo lombardo del PLI ha fatto perdere la bussola al segretario regionale, Luigi Paganelli, che ha marciato a vele spiegate verso il "faccio tutto io", fino alla conclusione della vicenda: una lista comune di PLI, PRI e RL che verrà presentata al Circolo della Stampa il 10 febbraio. Naturalmente facendo in modo che la delegazione di LPI non avesse voce in capitolo.
Dal simbolo è sparita l'edera, ma in compenso c'è un bel salmone tricolore.
E c'è la stilizzazione del Duomo di Milano, cioè l'idea di una città monocentrica, proprio quando la città invece si muove verso l'esterno (si veda la nuova fiera a Rho).
Il tentativo della "lista laica", alle elezioni regionali del 2005, aveva portato allo 0,6%. Più sbaraglio di così...




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31 gennaio 2006

La vittoria di Ferrante e dei Ds

Bruno Ferrante, fresco vincitore delle primarie dell'Unione a Milano, galvanizzato del suo quasi 68% ha dichiarato che i voti gli sono arrivati "soprattutto dalle zone più popolari".
Strano, si penserà. Ma nemmeno più di tanto. Partiamo da una premessa: nessuno dei quattro candidati rappresenta "il popolo che non arriva alla quarta settimana del mese". Pur senz'avere a disposizione i 740 dei candidati, non facciamo fatica a immaginarceli milionari (in termini di euro).
L'ex prefetto (sostenuto da Ds, Margherita, Comunisti Italiani e cespugli) è anzi forse (forse!) quello che sta peggio di tutti, e può comunque permettersi l'appartamento in Via Conservatorio.
Dario Fo (sostenuto da Rifondazione) è un grande attore e autore teatrale e non è stato certamente il Premio Nobel ad arricchirlo. Dal suo appartamento domina una delle piazze più affascinanti di Milano, quella di Porta Romana, almeno per i resti delle mura spagnole.
Milly Moratti (sostenuta dai Verdi, di cui è consigliera comunale uscente) è la moglie di Massimo Moratti e dunque fa parte di una delle famiglie più benestanti di Milano. La contraddizione dell'ecologista moglie di un petroliere non le fa un baffo e l'appartamento nel quadrilatero della moda non le pone (com'è giusto) problemi di coscienza.
Davide Corritore (indipendente, che ha ottenuto più del 3% dei consensi) è un ex dirigente di banca ed è, dei quattro, il più "periferico": per sperare di incrociarlo in una passeggiata bisogna spingersi "fino" a Wagner, zona tutt'altro che popolare.

Il popolo che non arriva alla quarta settimana, quindi, non aveva "ragioni di classe" per votare l'uno o l'altro candidato.
Aveva però, presumibilmente, ragioni "partitiche". E queste sono emerse dai risultati.
Dario Fo ha ottenuto una percentuale altissima rispetto a quella del partito che ufficialmente lo sosteneva, ma non si è nemmeno lontanamente avvicinato a quella di Nichi Vendola in Puglia: segno che a Milano la struttura partitica dei Ds è ancora forte. Fo ha raccolto i consensi di una sinistra radicale che solitamente non va alle urne, nemmeno per votare Rifondazione. Non c'è altra spiegazione, visto che Ferrante ottiene i migliori risultati in quelle sezioni "popolari", come lui dice, maggiormente legate alla struttura di base dei Ds.
Prendiamo due esempi.
Vediamo la sez. n. 125, ubicata presso la Cooperativa Edificatrice di Via Sapri 77, che raccoglie elettori della zona Certosa - Cimitero Maggiore. Il secondo miglior risultato di Ferrante e anche il terzo peggiore di Fo e il secondo peggiore di Corritore.
Stessa cosa alla sez. 88, sede Arci di Via degli Ulivi 2, Quartiere degli Olmi, con Ferrante all'80% (suo miglior risultato), che vede anche la seconda peggiore percentuale di Fo e la peggiore di Corritore.
Due luoghi estremi della periferia ovest di Milano (la più forte per i Ds), due luoghi in cui i Ds sono stati primo partito della sinistra anche nello sventurato 1993, quando Rifondazione (sulla scia di Tangentopoli) era secondo partito della città dopo la Lega Nord di Formentini.

Il popolo della sinistra ha dunque scelto di restare fedele ai partiti di riferimento. Dario Fo ha sostanzialmente perso queste primarie nonostante l'apparentemente ottimo risultato, perché non è riuscito a far breccia presso la base dei Ds. E' possibile che presenti una sua lista ("Miracolo a Milano", nel 2001, aveva conquistato un consigliere comunale), è anche probabile che in caso di vittoria dell'Unione ci sia un posto per lui in giunta.
A perdere è comunque soprattutto l'antimoderatismo. Fo, sulla scorta del successo di Vendola, ha usato le stesse parole d'ordine. Si è dichiarato "antidoto al virus moderato" così come Vendola s'era dichiarato "sovversivo". Ma il risultato non è stato lo stesso. La gente di sinistra a Milano vuole, evidentemente, maggiore tranquillità e ritiene che la deriva radicale (che in città è guidata soprattutto dai centri sociali) non sia un bene per la collettività e l'amministrazione.




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5 dicembre 2005

I moderati dei Ds affilano le armi a Milano

Milano si colora di manifesti verdi e arancioni. Si tratta della propaganda, indubbiamente politica anche se anomala, della "Fabbrichetta". Il nome evoca la Fabbrica del Programma di Romano Prodi, a cui non si contrappone se non per l'intento di concentrarsi sulla realtà milanese.
Ma che cos'è la Fabbrichetta? Una sorta di centro studi legato a LibertàEguale, cioè la corrente moderata dei DS: quella di Morando, DeBenedetti e il quotidiano Il Riformista. Evidente è il tentativo di accelerare i tempi mentre il centrosinistra milanese è diviso tra un Ferrante spaesato nel nuovo ruolo di candidato e un Fo battagliero e forte del sostegno incondizionato dell'estrema sinistra. 
Tra un candidato senza programma (l'ex prefetto) e a un candidato con un programma troppo radicale (il Nobel), LibertàEguale cerca di raccogliere quel poco di moderatismo che esiste a sinistra e anche di accattivarsi i delusi della politica, con una campagna incentrata sul da farsi.
 
Curiose però sono alcune proposte che emergono dai manifesti. Una tra tutte: l'abolizione della Provincia di Milano per un government metropolitano fatto di Municipi al posto di Zone e Comuni.
Così Lambrate conterà quanto Cinisello, ovvero la periferia quanto l'hinterland, e sia l'una sia l'altro conteranno più di adesso nel dialogo con il centro: centro di potere ma anche centro urbano.
L'idea non è nuova ma finora nessuno a sinistra aveva pensato di avanzarla. E non dimentichiamo che viene avanzata proprio mentre la Provincia di Milano è governata dall'uomo di punta dei DS, Filippo Penati. Segno che l'onestà intellettuale può prevalere sulla contingenza del momento. D'altra parte la Provincia è un'istituzione quasi inutile, imbrigliata dalla legislazione regionale e dalla logica esigenza di autonomia decisionale dei comuni. La provincia può ancora avere un senso di coordinamento nei territori montani, ove la piccola dimensione comunale e le distanze non consentirebbero di erogare servizi adeguati; è un'istituzione superata per Milano, dove, provincia o no, ci sono un potere centrale forte (il Comune capoluogo) e tanti poteri locali più deboli.




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26 ottobre 2005

Da Porta Romana a Palazzo Marino

Il 29 gennaio 2006 gli elettori di centrosinistra di Milano saranno chiamati a eleggere tramite primarie il loro candidato a sindaco.
Dario Fo, che nel 2001 dovette ritirarsi dalla corsa frenato dai partiti, ora è deciso a mettersi in gioco, forte delle affermazioni locali di Scalfarotto e Panzino alle primarie nazionali (si vedano i risultati provincia per provincia nel sito delle primarie).
Cinque anni fa, dopo un tira e molla di qualche mese, Dario Fo rinunciò in favore del candidato ufficiale, Sandro Antoniazzi, e la sua lista ("Miracolo a Milano"), capolista la moglie Franca Rame, fece eleggere un solo consigliere comunale (il mitico Basilio Rizzo). Fu un risultato deludente, ma il Premio Nobel ora avrà qualche possibilità in più.

Innanzitutto il centrosinistra non ha un candidato credibile. L'unica personalità di spicco (Umberto Veronesi) è stata letteralmente bruciata da polemiche tutte interne all'Unione. Gli altri due nomi usciti dai partiti di centrosinistra prima dell'autocandidatura di Fo la dicono lunga su come l'Unione, a Milano, sia messa: prima è stato il turno di Roberto Caputo, appena passato alla Margherita da Forza Italia; poi è stato tirato fuori addirittura il nome di Filippo Penati, presidente DS della Provincia dal 2004 e dunque assolutamente non candidabile (a meno di non perdere credibilità).

Ora è possibile che in occasione delle primarie accanto a Dario Fo spuntino nomi più legati ai partiti. Per ora c'è spazio solo per una provocazione: il deputato Lusetti della Margherita ha proposto Adriano Celentano e qualcuno ne dibatte seriamente.

Dal cilindro dei partiti di centrosinistra potrebbero spuntare i nomi di Giuliano Pisapia (avvocato, Rifondazione Comunista, ben visto però dai Ds), Emanuele Fiano (capogruppo Ds in comune) e Marilena Adamo (anche lei Ds), anche se la Margherita potrebbe reclamare un suo candidato (Nando Dalla Chiesa o Vincenzo Ortolina) visto che i Ds hanno già la provincia.
Dalla "società civile" potrebbero invece emergere personalità del calibro di Livia Pomodoro (presidente del Tribunale dei Minori) e Ferruccio de Bortoli (direttore del "Sole 24 Ore").
Tutti nomi che, ammettiamolo, non hanno lo stesso appeal di Dario Fo: il quale potrebbe dunque coronare il suo sogno di portare "la fantasia al potere".

Ma come gestira poi questo potere? Prima di tutto, dichiara il Nobel, vi sarebbe la lotta serrata al traffico e all'inquinamento; in second'ordine, una politica per la casa e per la cultura. Detto così è condivisibile. Il vero problema è che non basta un po' di fantasia per far diminuire il traffico (ben due linee della metropolitana aspettano solo un po' di denaro per essere costruite), per aumentare il numero di appartamenti disponibili (Dario Fo cementificatore?) e per ridare smalto a quel substrato di attività culturali che, in effetti, a Milano manca da un po', ma che non può certo essere dirigisticamente governato da Piazza della Scala.

C'è poi la solita incognita di tutti i candidati della sinistra estrema: se anche vincessero le primarie, sarebbero poi premiati dall'elettorato? Il caso Puglia, col governatore Vendola di Rifondazione, suggerirebbe di sì. Ma Milano ha tradizione moderata.

C'è anche però chi chiede che le primarie non si facciano. E' il tributarista Enrico De Mita, professore in Cattolica e opinionista del "Sole 24 Ore", il quale, intervistato per il "Corriere", chiede che siano direttamente Rutelli, Fassino e Bertinotti a scegliere il nome del candidato sindaco. Come un tempo.




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10 settembre 2005

Il Comune di Milano non finanzia il Film Festival (ma regala biglietti per Ligabue)

A pochi giorni dall'inizio della decima edizione del Milano Film Festival, l'associazione Esterni, che organizza la manifestazione, ha saputo che il Comune contribuirà per il 6% del costo totale.

Gli assessori Zecchi (cultura), Brandirali (sport) e Bozzetti (grandi eventi) non ritengono evidentemente degno di un serio sostegno un festival che, in dieci anni, è cresciuto fino a diventare luogo d'attrazione da tutto il mondo. Oppure non sono abbastanza potenti per far valere le ragioni del buon senso.

La giunta, se considerasse l'indotto effettivo e d'immagine, si renderebbe forse conto della risibile figura. 
Intanto, però, è urgente garantire che il festival si faccia anche i prossimi anni. E il modo migliore è far sì che l'organizzazione riesca almeno a coprire i costi.
Come fare? Accreditandosi

(Intanto, la Zona 6 del Comune di Milano spende 3500 euro per regalare i biglietti del concerto di Ligabue a Reggio Emilia che sta iniziando mentre aggiorno. L'aveva già fatto con i concerti di Biagio Antonacci e degli U2. A chi esattamente? A chi primo arriva. Complimenti).




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8 settembre 2005

Polemiche inutili sulla Festa de L'Unità a Milano

La festa de "L'Unità" di Milano è quest'anno "nazionale". Che cosa significa? Semplicemente che l'attenzione dei Ds è concentrata sulla metropoli lombarda. A 14 mesi dalla conquista del governo provinciale, con Filippo Penati, la sinistra vede molto vicino il doppio obiettivo del 2006: da un lato la bandierina su Palazzo Marino, dall'altro sugli 11 collegi della Camera e sui 6 del Senato.

Per fare le cose più in grande del solito, i Ds hanno pensato di raddoppiare gli spazi. Così, oltre all'area tradizionale attorno al MazdaPalace, hanno chiesto (e ottenuto) l'utilizzo del Monte Stella, dove trovano posto numerosi stand e anche un'area concerti ("anfiteatro") che è da sempre il sogno di chi scrive.
Abitando non lontano, ho sempre visto con dispiacere come (non) era sfruttato il Parco della montagnetta di S. Siro, tirato su nel dopoguerra con le macerie dei bombardamenti.
Il Monte Stella si presta, a mio parere, a questo genere di cose, a patto ovviamente di rispettarne la destinazione a parco pubblico. A patto, cioè, di non creare disordine, sporcizia o, peggio, contaminazioni.

47.000 euro sono stati pagati dai Ds milanesi per la concessione di tutta l'area. Come si legge, la concessione prevede tutta una serie di condizioni molto rigide per garantire che nulla vada distrutto o rovinato.
Inoltre, come chiesto anche dagli abitandi del quartiere QT8, ben 43 vie sono chiuse al traffico nelle ore serali. Il Comitato non è soddisfatto perché la chiusura parte alle 19 e la gente comincia ad affluire dalle 18, ma considerando che - di fatto - il quartiere è off limits per i non residenti, sono semmai questi a doversi lamentare per la assoluta mancanza di parcheggio.

Mentre il Comitato si veste in divisa QT8, la festa de "L'Unità" prosegue, senza incidenti e senza lamentele concrete (per ora).
Ripensare Milano significa anche inventare nuovi modi di viverla e i Ds ci sono riusciti perfettamente.




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26 giugno 2005

Parlare di sicurezza

I Liberaldemocratici di Milano intervengono sulla situazione di degrado in cui versa la zona Molino Dorino - Pero - Via Gallarate.
Nella mappa, la stazione metropolitana di Molino Dorino è cerchiata, in basso. Subito a ovest, e a nord, comincia il territorio comunale di Pero. Come potete vedere, stiamo parlando della stessa zona dell'ultimo stupro nell'area milanese.
Le vie segnate in arancione (la SS del Sempione e, trasversale, la "Tangenzialina") sono veri e propri spartiacque che interrompono un territorio.
Urbanisticamente non so se si poteva evitare. E' abbastanza naturale che, ai confini d'una città, esistano arterie viabilistiche importanti e fortemente separatorie.
A nord della SS del Sempione, poi, vi sono industrie (ad esempio nella tristemente nota, per lo stupro, Via Piave) e campi incolti (e il campo nomadi di Via Capo Rizzuto dove pare abitassero i responsabili dello stupro).

Da almeno due anni, nella zona di Molino Dorino vi era di tanto in tanto un mercato abusivo "gestito" integralmente da extracomunitari. Ovviamente dava fastidio ai residenti perché significa concentrazione di paura. Il mercato è stato spostato recentemente a Cascina Gobba: tutt'altra parte di Milano, simile periferia.
I Liberaldemocratici cantano vittoria:

Siamo finalmente riusciti a risolvere il problema dell’insediamento del mercato abusivo degli extracomunitari che bivaccavano a Molino Dorino, con tutto ciò che comportava per i residenti in ordine alle problematiche di sicurezza, igiene, decoro pubblico, traffico ed inquinamento ambientale... abbiamo fatto presente all’Assessore alla Sicurezza Guido Manca che la situazione era ancora a livelli di forte pericolo, come più volte denunciato anche al Prefetto durante i nostri incontri, ed abbiamo chiesto di approntare immediatamente un servizio di vigilanza rafforzata e continua... l’Assessore Manca ha minimizzato, sostenendo di non essere in grado di disporre in tal senso, e, come per i precedenti 2 anni, non siamo stati ascoltati, così, purtroppo, si è verificato l’ennesimo grave episodio di volenza, che ci ha catapultati sulla ribalta nazionale.


Come si può vedere, manca da parte dell'amministrazione comunale una progettualità a lungo termine per intervenire a 360 gradi; manca anche un discorso, da parte di una opposizione, che interpreti la paura dei cittadini anziché, soltanto, registrarla.




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22 giugno 2005

I nomadi a Milano (gli stupri, le pietre, ...)

Un secondo stupro ai danni di una giovanissima è avvenuto a Milano lo scorso weekend. Questa volta da tutt'altra parte rispetto a Via Chopin.
Per la precisione, in Via Piave a Pero. Quella via è abbastanza vicina alla nuova Fiera, ma soprattutto è in una zona industriale.
Molti la conoscono perché c'è l'outlet di Timberland.

Colpisce soprattutto una cosa. Dopo lo stupro di Via Chopin, il questore aveva dichiarato guerra ai colpevoli, effettivamente catturati nel giro di poche ore.
Eppure, altri slavi, sempre a Milano, ci hanno riprovato subito dopo.
Evidentemente non solo le leggi non sono un deterrente, ma nemmeno il grande impegno delle Forze dell'Ordine nella cattura dei responsabili.
D'altra parte, sarebbe non solo assurdo ma anche impossibile militarizzare Milano con la presenza preventiva delle forze di polizia. O cosa si vorrebbe fare? Mettere una pattuglia di presidio a ogni incrocio, zone industriali comprese?
Qualcuno potrebbe agevolmente risolvere la questione proponendo la costruzione massiccia di Motel "low-cost", e non sarebbe male: un letto è più sicuro e comodo di un'automobile per quanto spaziosa.
Ma bando alle ciance. Stamattina è stata fatta un'irruzione nel campo nomadi di Via Capo Rizzuto, che normalmente ospita 600 persone, vicinissimo a Pero.
Le cronache riferiscono che gli ospiti del campo se l'aspettavano. In particolare, molti se l'erano dileguata ben prima, forse già da qualche giorno.
Molto vicino c'è il campo nomadi di Via Triboniano, il più grande della città: è possibile che, sentita aria di tempesta, si siano rifugiati lì, dove stanno anche i genitori del piccolo Stephen, quel bimbo sorpreso a prostituirsi a sette anni.

Un'ultima annotazione. Dal campo di Via Capo Rizzuto, talvolta, piovono pietre sull'adiacente autostrada Torino-Milano, in direzione del capoluogo lombardo.
Ora, è chiaro che non bisogna scendere sul terreno della legge del taglione, però è anche molto difficile spiegare alla gente di mantenere la calma.

Il Comune di Milano non riesce, oggettivamente, a dedicare le energie e risorse necessarie per gestire i campi nomadi sparsi in città.
Ha chiesto, qualche anno fa, aiuto all'amministrazione di sinistra di Rozzano, che però per l'occasione era diventata di colore verde padano e ha risposto un secco no.
Ha chiesto, ora, aiuto a tutti i comuni della provincia, ma Filippo Penati ha risposto che potrebbe trovare modo di trasferire 100 nomadi fuori città.
Troppo pochi, la classica goccia nel mare che gli fa fare perfino brutta figura.

Eppure il centrosinistra si sta ringalluzzendo perché vede possibile la conquista del Comune di Milano, l'anno prossimo. Dovrebbe anche smettere di sognare e cominciare a lavorare, perché questi sono problemi di tutti.




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13 maggio 2005

Il sindaco perfetto (da una lettera a "La Repubblica")

19 aprile 2005: "La Repubblica", nelle pagine milanesi, pubblica la lettera del lettore Luigi a Michele Dalai.
Ecco qua:

Caro Blueneon, se stai lanciando la campagna per il sindaco, mi permetto di promuovermi. Leggo Repubblica quindi vado bene ai Ds. Sono battezzato e cresimato e cresciuto anche in un oratorio, quindi vado bene alla Margherita. Però non vado in chiesa da anni e quindi vado bene ai laici. Rimpiango Berlinguer quindi vado bene ai comunisti. Sono iscritto al Wwf da oltre 20 anni quindi vado bene ai Verdi. Sono interista quindi vado bene a Milly Moratti. Sono sceso in piazza ai tempi di Craxi, quindi vado bene a Di Pietro. Però una volta ho votato socialista quindi vado bene ai riformisti. Sono under 40 quindi vado bene al movimento dei giovani. Sono benestante di mio quindi vado bene a chi vuole uno che non ruba. Che ne dici? Che mi manca?

Risposta di Michele Dalai:
(…) la Sua candidatura mi pare strepitosa. Ci metterei anche qualche frequentazione casuale dei salotti ricchi e conservatori (giusto per sedurre il nemico) e una rassicurante erremoscia bertinottiana, e poi i giochi dovrebbero essere fatti. Se la politica è matematica e non un’opinione, che di quelle non ce n’è più.


(Visto in Squonk).




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12 maggio 2005

Milano, la politica delle poltrone e quella delle idee

Serena Manzin, fuori da Milano, non la conosce nessuno, ma in città non è un nome qualsiasi.
Assistente universitario in Cattolica (diritto pubblico, titolare della cattedra l'ulivista Giovanni Gazoli, padrone di Banca Intesa), è stata assessore comunale per An e attualmente, dopo la personale sconfitta delle regionali del 2000, presidente di Sogemi, la società che gestisce i mercati alimentari milanesi, di proprietà del Comune per il 99%. Un Ente, quindi, a totale controllo politico.
E' ora tempo di possibile rinnovo dei vertici e c'è scontro. Uno scontro atipico: il sindaco Albertini, infatti, è propenso a rinnovare la fiducia alla Manzin, mentre il coordinatore di An, Ignazio La Russa, vorrebbe che fosse sostituita ("stiamo valutando un'ipotesi di turnover", dichiara).
Ne esce il classico siparietto che, a Milano, non è certo finito con le macerie della Prima Repubblica. Il capogruppo Stefano Di Martino afferma sibillino: "Non penso che il sindaco nomini una persona che non è proposta da An".
Tanto basta a far replicare al leghista Salvini, il cui partito è fuori dalla questione delle nomine ormai da tempo, che "i bambini, quando si arrabbiano, ti fanno i dispetti".
La Lega Nord, da tempo contraria alle privatizzazioni, è infatti preoccupata che l'area su cui opera la Sogemi sia "esternalizzata".

Sembra che l'unico partito di maggioranza realmente preoccupato delle prossime elezioni comunali sia proprio la Lega Nord, cioè il partito che (ufficialmente) non fa più parte della giunta e della maggioranza stessa.
Il vulcanico capogruppo Matteo Salvini, in questo periodo, è l'unico esponente della CdL milanese a parlare di programmi (mentre gli altri s'attardano a discutere di Letizia Moratti candidata a sindaco) e a tirar fuori dal cilindro questioni innovative. L'ultima in ordine di tempo, la proposta di imitare Parigi nel lavaggio delle strade, con un sistema automatico di acqua che fuoriesce dai tombini e quindi evitando ai cittadini l'odissea di spostare l'auto una o due volte alla settimana.

Negli altri partiti del centrodestra sembra che manchi nettamente una visione di Milano. Il potere li sta decisamente logorando.




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